In tanti anni di formazione, mai ho avuto modo di approfondire sindromi che portano questo nome – che peraltro sono catalogate come disturbi psichiatrici.

La prima, tuttavia, mi suonava famigliare grazie ad Arturo Brachetti che sapevo aver ripreso l’arte del trasformismo proprio grazie a lui: Leopoldo Fregoli. Morto nel 1936, l’artista oggetto della sindrome è stato il più importante trasformista italiano, il primo a portare in scena quest’arte, arrivando addirittura a cambiare nel giro di pochi secondi la caratterizzazione dei personaggi che interpretava.

Si narra che quando viaggiava, Leopoldo Fregoli portasse con se un corredo pesante di circa trenta tonnellate contenente più di 800 costumi e 1200 parrucche!

Il suo nome purtroppo è legato più alla sindrome psichiatrica che alla sua arte straordinaria, nota anche come fregolismo, sindrome dell’illusione o delirio di Fregoli.  Essa è caratterizzata da delirio di persecuzione da parte di molte persone diverse che in realtà si crede siano la stessa persona che assume fisionomie diverse.

In altre parole, chi soffre di questa “malattia” crede che gli altri siano sempre la stessa persona che si traveste con lo scopo di seguirla. Per i protagonisti di questo dramma, gli altri sono tutti uguali: amici, figli, passanti, sono tutti la stessa persona che si cala in una pletora infinita di personaggi.

A ben pensare, non serve soffrire di fregolismo per notare che la tendenza dominante è quella di assomigliarci tutti il più possibile (il fenomeno delle mode, la chirurgia estetica, le logiche consumistiche da followers, sono solo un esempio).

Anzi, vedere persone che con maggior frequenza non si distinguono, la vedo come una sintomatologia in aumento, la metafora di una modernità che ci vuole allineati ad un modello calato dall’alto, gettando le singole diversità nell’Inferno dell’Uguale.

Per rimanere in tema di cloni, in psichiatria esiste anche la Sindrome di Capgras, altrimenti detta “delirio dei sosia”, dove ci si immagina che le persone con cui si interagisce siano in realtà dei sosia che hanno rimpiazzato gli originali.

Una visione distorta del mondo o una visione lucida di un mondo distorto?

Accenno a queste “malattie” (meglio intenderle come modi alternativi di guardare al mondo), con l’intenzione di portare il peso di un malessere esistenziale (più che patologico) sempre più frequente e condiviso.

Con la Sindrome di Fregoli e di Capgras sorge spontaneo pensare cosa si prova a vivere la tragedia  di vedere un mondo appiattito dalla somiglianza e l’impossibilità di comunicare con gli altri… Ma basterà uno sforzo davvero insignificante per accorgersi, probabilmente- che non c’è bisogno di una sindrome per rendercene conto.