Probabilmente, il più clamoroso degli interventi per rimediare alla follia fu studiato negli anni ’30.

In una tranquilla Lisbona, Antonio Egas Moniz propose un assalto diretto a quello che ai tempi si considerava la sede della follia: il cervello. Attraverso un’operazione che chiamò lobotomia, il Dott. Moniz, andava letteralmente a distruggere il tessuto celebrale, più precisamente porzioni dei lobi frontali.

La pratica fu ripresa successivamente dal neurologo americano Freeman e adottata in breve tempo in America oltre che in gran parte dei paesi europei. Secondo Freeman questa operazione rivoluzionaria eliminava i morsi della psicosi, anche a bambini di 4 anni.

Tuttavia, gli effetti collaterali del forare il cranio e tagliare la materia bianca del cervello con una specie di punteruolo, cominciavano a farsi a sentire. A discapito di ogni dubbio, migliaia di pazienti operati con questa metodologia si sentivano languire nelle retrovie degli ospedali psichiatrici.

Il paziente designato, dopo essere stato ridotto all’incoscienza con una serie di scosse elettriche, passava direttamente nelle mani del  medico che utilizzando un rompighiaccio e un mazzuolo trafiggeva il cervello passando dalla cavità orbitale e con movimenti energici distruggeva le fibre che era convinto fossero all’origine della sofferenza psichica.

Inutile ricordare che nel 1949, per questa operazione, Moniz vinse il premio Nobel per la medicina, mentre Freeman fu soprannominato dal TimeL’uomo con il rompighiaccio d’oro”, simbolo di una psichiatria forsennata.

Molti dei pazienti, le cui vite erano state dominate da torture vendute come cure, finivano ridotti come vegetali umani. La maggior parte di loro rimase a languire come larve nelle corsie degli ospedali psichiatrici locali. Tutti però riportavano danni permanenti gravissimi al cervello e perdevano irrimediabilmente la capacità di empatia, di riflessione e di autocontrollo, che sono tra le qualità più squisitamente umane.

La lobotomia è l’emblema degli sforzi della società per combattere l’incubo rappresentato dalla malattia mentale, anche se paradossalmente sembrerebbero proprio gli interventi stessi per curarla la manifestazione della follia.

Le mie simpatie in questa triste storia vanno ancora una volta ai sovversivi – a quelli che sono rimasti fedeli all’antico caposaldo ippocratico “Primo, non nuocere”. Mi riferisco a tutti quelli che già in tempi non sospetti, vedevano le radici della cosiddetta follia nel senso e nel significato personale degli individui, ben consapevoli che intervenire con un rompighiaccio era in primo luogo un errore di categoria, non per ultimo una barbarie.