Secondo i dati, due terzi degli adolescenti inglesi hanno un’identità sessuale, per così dire, fluida.  In Europa le percentuali oscillano tra il 20 e il 30%, comunque molto più alte rispetto a vent’anni fa.

Il gender o genere è il risultato di una combinazione di fattori: i cromosomi X e Y, l’anatomia (organi sessuali interni genitali esterni), gli ormoni (livelli di testosterone ed estrogeni), la psicologia (come una persona si sente) e la cultura (comportamenti di genere socialmente definiti).

A volte gli individui nati con cromosomi e genitali di un sesso, si rendono conto di essere trans gender, ossia di avere un’identità di genere interiore affine all’altro sesso. Una minoranza quest’ultima, che fatica ancora oggi a sgretolare i pregiudizi e ad essere socialmente accettata come una condizione e non un “vezzo”, ma non è questo l’argomento in questione.

Col termine fluidità si fa maggiormente riferimento alle persone che non si riconoscono in nessuna delle due categorie o rifiutano qualsiasi categorizzazione di genere.  La fluidità è riferita a un genere inteso come uno spettro in cui non si rientra nelle categorie tradizionali. Trovare l’identità di genere in questi casi non è un affare semplice e immediato. Maschio o femmina, i ruoli -passatemi il termine “tradizionali”, sono ormai considerati un limite, e trovare una nuova identità di genere non è così semplice.

Ma che cosa significa esattamente identità sessuale fluida? Per spiegarlo è necessario definire quali sono i tre pilastri contemporanei dell’identità sessuale. L’identità di genere che si basa sul sesso biologico maschile o femminile è il primo modo con cui definiamo noi stessi e gli altri fin dalla nascita: quando si dice “È un bel maschietto” o “E’ una bella femminuccia”!

Fin qui tutto bene, finché la percezione interiore è coerente con l’identità biologica: ”Sono felice di sentirmi donna in un corpo di donna” o “Sono felice di sentirmi uomo in un corpo di uomo”. Eppure, talvolta accade di avere percezioni opposte e contrastanti: “Sono una donna intrappolata in un corpo di uomo” o viceversa “Sono un uomo intrappolato in un corpo di donna” che, come accennato prima, sono la sostanza del transessualismo – ovvero quando il vissuto e la percezione sono dissonanti rispetto al genere biologico.

Tutt’altra faccenda è l’identità di ruolo che indica tutto quello che la persona mette in atto per esprimere il proprio ruolo nel mondo. Per capire meglio questo concetto basta pensare a qualche anno fa quando ancora esistevano ruoli stereotipati maschili e femminili. Intraprendere l’una o l’altra via poteva costituire un contrasto con la propria identità di ruolo. Basterà andare indietro qualche tempo con la Storia per ricordarci che alcune professioni, studi e sport come il cuoco, il medico o il calciatore erano tradizionalmente svolti da maschi. La donna invece era relegata soprattutto al ruolo di madre e custode del focolare domestico.

Il terzo pilastro è l’identità sessuale in cui la percezione di sé viene definita dal sesso e dalle caratteristiche dell’oggetto sessuale desiderato: “Mi sento più donna/uomo se ho un uomo/donna sexy al mio fianco”. Dov’è che entra in gioco la fluidità allora? Per un numero crescente di adolescenti è normale avere esperienze sessuali sia con ragazzi che con ragazze: “mi interessa la persona” affermano, fluttuando tra oggetti di desiderio di sesso diverso.

Senz’altro questa fluidità dà la possibilità di sperimentare un se utile a comprendere meglio la propria “verità”, senza sentirsi costretti in un ruolo o definizioni sentite come coercitive. Ma come tutti gli aspetti della vita, anche la fluidità ha dei lati luminosi e dei lati oscuri, e sono proprio gli ultimi che m’interessa maggiormente considerare. Il gender fluido, infatti, non è esente da rischi: fluttuare nella indefinitezza dei generi sessuali sempre crescenti (pangender, cisgender, MTF, Two-spirit, intersex, Non-Binary, chi più ne ha più ne metta), getta un ragazzino adolescente ancora in cerca di definire l’identità, entro una palude esistenziale.

Il filosofo Hacking, studioso del tema, parla di un “contagio semantico” in corso: “una mediatizzazione che pretende di solo descrivere il fenomeno, crea le condizioni per la sua diffusione”. Tralasciando qualsiasi tipo di ideologia, l’eccesso di sessualizzazione, l’eccesso di vita virtuale a discapito di quella reale, la sessualizzazione precoce, la mancanza di fermezza educativa in un contesto che i media  inducono “liberal”, potranno mai influire sulla mente collettiva sul modo di sentirsi prima e avere poi un ruolo in questo mondo?

Le conclusioni tiratele voi.