Una simpatica signora dall’aspetto buffo chiamata Bice aveva perso la memoria. Si ricordava solo quello che aveva fatto in alcuni frangenti della sua infanzia; quando usciva di casa salutava tutti per nome, a volte ci azzeccava ma  non appena rincasava, non rammentava più nemmeno quello che aveva fatto. “Non mi ricordo tanto bene” diceva spesso non ricordando o preferendo dimenticare. La memoria, in effetti, è la cosa più personale che ha a che fare con le nostre scelte. E’ un mistero che condiziona la nostra architettura interiore, la nostra personalità, la nostra identità: chi siamo, da dove veniamo e cosa desideriamo ricordare o dimenticare della nostra esistenza. Il discorso sulla memoria personale si può allargare fino alla riflessione su quella collettiva, vale a dire la storia: si dice che quando un popolo dimentica certi fatti tragici del passato può essere indotto a compiere gli stessi errori…

Soffrire di Alzheimer è dimenticare chi si è, un’amnesia non di poco conto se consideriamo che i familiari faticano a riconoscere la Persona. L’Alzheimer è una sindrome molto specifica che ha a che fare con la memoria, però non necessariamente chi perde la memoria soffre di Alzheimer. Sì, perché l’enorme quantità di informazioni cui oggigiorno siamo esposti e alle quali possiamo accedere non facilita e non ci aiuta a ricordare. Siamo dotati di troppi supporti e sofisticati strumenti tecnologici ai quali deleghiamo la nostra memoria che perciò non diviene più allenata e di conseguenza dimentichiamo facilmente. Chi di noi per esempio avendo a disposizione l’agenda elettronica e il cellulare ricorda un numero di telefono?

Ma torniamo a Bice, anzi a sua figlia che è colei che mi ha raccontato la storia di sua madre. La malattia Alzheimer offusca la mente, fa perdere la memoria, la coscienza del tempo delle relazioni e del proprio corpo. Cade invano il bisogno di salvaguardare l’identità e l’umanità di un ormai anziana signora disorientata che smarrisce i ricordi e non sa più collocarsi nel mondo.

Eppure, ai margini di questo buco nero che tutto obnubila, una cosa rimane. Bice non sa più che quella di fronte a lei è la figlia, ma per qualche misterioso motivo, a differenza di tutti gli altri che non ri-conosce, lei la ama. Inspiegabili gesti e sporadiche parole di dolce affetto materno emergono dalla foschia del morbo, come a dirci che quando si perde la memoria non tutto è perduto, non tutto è dimenticato. Quando la memoria dimentica, l’amore ricorda. L’amore resta.