Si può fare psicologia quando vivere e ascoltare le vite degli altri non viaggiano in parallelo?

Conobbi Sergio quando fui arruolata a lavorare in un reparto d’ospedale: una Persona prima che un dottore straordinario, lui. Sergio appariva come un giovane uomo sfrontato, eccessivo nel suo modo di pensare, di parlare, di ridere, anche di instaurare un’amicizia, qual è stata la nostra per tutto il tempo della mia permanenza lì, che tutto sommato fu breve.  Ciò nonostante, intrecciammo un legame all’insegna del suo divertimento ad ingaggiare duelli intellettuali con accenti ora impertinenti, poi rovinosamente comici, vale a dire abilmente recitati, esagerati, esasperati  e per finire struggenti.

Nella sua spasmodica curiosità di dedicarsi alla delicata materia del capire chi sono gli altri davvero, sulla scia dell’entusiasmo spingeva l’acceleratore fino a prendere delle cantonate pazzesche. Eppure, tra i vari intrecci di questo caleidoscopio umano in camice bianco (che non metteva quasi mai), non avrei mai pensato che fra le sue qualità ci fosse persino quella della misura, ammesso che sia una qualità e non un limite.

Una personalità cangiante insomma, folle, che poteva esprimere una gamma intera di emozioni molto diverse tra loro: dall’ilarità colorita e saggiamente infantile, al piacere di accettare l’insensatezza della vita con un’intelligenza bruciante. Sempre impertinente e fuori luogo ma soprattutto libero, coraggioso e acuto, mai convenzionale. Così come non convenzionale fu la sua reazione alla malattia, tanto è vero che scelse me come psicoterapeuta, quasi come depositaria di un lascito biografico che non sentivo alla portata di una psicologa piccola che si trova a dover maneggiare con il Grande.

Negli ultimi mesi della sua malattia emerge di Sergio l’immagine della saggezza e della quiete o quantomeno la ricerca di esse, senza lasciare alle spalle il suo carattere irriverente. In quel vecchio Studio padovano io e lui fummo testimoni della sua mutazione e insieme anche della mia. Un rovesciamento partecipe e nel contempo distaccato che si è trasformato in una lezione permanente sulla precarietà delle cose e delle persone: un argomento affascinante e allo stesso tempo crudele con cui lo psicologo si sporca le mani, che fa da eco al suo essere prima Persona e tutto ciò che di imperfetto comporta – nel caso si dimenticasse.

Nella condizione di malattia cronica le convinzioni di una vita appaiono in tutta la loro labilità, il proprio mondo interiore diventa opalescente, flessibile, aperto alla ricerca di ogni nuova combinazione. Anche se Sergio mai volle rinunciare a quel sorriso che disinnesca la paura e che difende anche dalla bruttura del cancro che poco a poco lo spegnerà.

Questo è un ricordo dolceamaro, che non ha la pretesa di essere esaustivo, di chi con garbo ha voluto dare la sua ultima lezione a me, una psicologa piccola, ora meno piccola.

Quindi no, non è possibile fare psicologia quando la propria vita e la vita degli altri non si intrecciano, non si riconoscono, non si vogliono riconoscere. Come direbbe Hillman tutto è esperienza: l’esperienza stessa del “fare anima”… E l’anima è qualcosa che si forma, che cresce e matura nel corso della nostra avventura umana.