Quando si pensa alla parola conflitto la prima cosa che viene in mente è lo scontro tra individui, gruppi, culture e ideologie ma anche di soli interessi. In quest’accezione negativa il conflitto finisce sempre per avere un vincitore e un perdente, un minus habens e un intelligente, uno migliore e uno peggiore …

In questo divario che separa il “migliore” dal “peggiore”, il vinto si sente perso, sbagliato. Anche nei conflitti per così dire psicologici, che toccano la sfera interiore della persona, se non accompagnati possono segnare in maniera lacerante gli equilibri personali.

Quando nella relazione ci specchiamo nell’altro, spesso scopro un diverso me stesso, tanto azzoppato e manchevole quanto l’altro che ho di fronte è diverso da me. Forse gli altri non saranno l’inferno, come diceva Jean-Paul Sartre, ma sono un elemento essenziale del nostro stesso io e della nostra stessa consapevolezza: perché è nei loro sguardi che possiamo scorgere, più o meno fedelmente, l’immagine del nostro stesso volto. Se frequentiamo persone che non ci amano, che mal ci tollerano, che non credono in noi, quello che vediamo nei loro volti è un’immagine di noi miseramente deficitaria, offuscata, deformata: la nostra parte peggiore, quella che tiriamo fuori quando siamo più stanchi, delusi o più amareggiati, insomma quando non ci piacciamo più.

Negli occhi dell’altro possiamo intravedere quel che egli pensa di noi, quel che sente per noi: è uno specchio, spesso disarmante e spietato nel non restituirci i nostri lineamenti gentili che tanto ci risanano l’autostima ma che riflette tutta la miseria e la finitezza della condizione umana.

Sono conflitti che si consumano al nostro interno che sembrano faticosi da sostenere, soprattutto quando predomina la sensazione oppressiva di avere un muro dinanzi a noi quasi impossibile da sormontare. È la sensazione di vuoto, di nullità, di terra arida e sterile, amaro epilogo dell’incontro tra la realtà che vivo e quella intravista nell’aspettativa altrui che mi sembra impossibile da vivere- anche solo in maniera falsata. Sono scontri che palesano una brutta immagine di noi, ma talvolta ci spronano ad emanciparci dalla propria vita.

In questo caso, riconoscere un conflitto è la scelta di non rifuggire da esso che è il primo passo verso un miglioramento personale. Non dovremmo né temerlo nè ignorarlo, ma trasformarlo in un anello di collegamento, perché il conflitto si colloca sempre in un contesto relazionale.

Solo in quest’ottica l’incontro con l’altro – anche se diverso da me, può essere inteso come un incontro generativo tra realtà differenti, che possono portare a miglioramento di noi stessi e al contempo rimanere quello che siamo senza stravolgere la nostra natura per così dire “differente”. In questo scenario si passa dallo scontro all’incontro e al confronto che riunisce e avvicina in una reciproca curiosità di attingere l’uno dall’altro.

Alla base sta una mutua tolleranza che è consapevolezza e insieme accettazione delle diversità nostre e altrui che non devono essere ragione di collisione, restando sempre rispettosi della libertà e della dignità di ciascuno.

Attraverso questa visione indulgente, persone differenti che vogliono restare differenti possono farlo senza sentirsi in difetto. Le diversità sono una ricchezza e andrebbe impedito che tutto assuma l’aspetto di una massa indistinta.

Va bene quindi migliorarsi come stimolo dell’incontro con l’Altro, ma possiamo e dobbiamo rimanere fedeli a noi stessi. E se dovesse capitarvi di continuare a sentirvi in deficit… Che diamine, cambiate frequentazioni!