“Tutto d’un tratto sento il mio cervello come perforato da un trapano, trafitto, bucato, attraversato, trapassato”. Questa è una tra le tante storie che ho avuto modo di sentire da alcune persone sofferenti che rappresenta l’occasione per una riflessione sulla malattia e sul dolore – spesso cronico. Si tratta di persone che pellegrinano da un medico all’altro, sbalorditi dai loro dinieghi, dando prova delle loro imperizie. Errori di diagnosi e malafede sono alla base dei racconti di chi, sfortunatamente si è imbattuto in professionisti dalla cattiva formazione tecnica e umana.

Non si fa mistero del pressapochismo del sistema sanitario: pronto soccorso ingolfati, leggerezza nelle diagnosi, carenza di qualità umane in professionisti della salute che lavorano come in una catena di montaggio. Alcuni addirittura usano la posizione di medici con vanteria per far valere una valenza simbolica di ruolo che li fa sentire autorizzati a gestire problemi esistenziali personali senza avere nessuna qualità umana e/o preparazione che li faccia sentire simili a un loro simile.

E’ forse anche per questo che molte persone avallano le medicine parallele, i ciarlatani, l’omeopatia, preferendo le ipotesi della pandemia per tutti. Qualcuno si affida a cose esoteriche, diete miracolose o qualsiasi altra diavoleria New Age, credendoci per davvero. Tra i reparti di ospedale non è difficile udire storie di cure alternative al metodo scientifico: “Mio fratello si è ammalato di tumore e quando la chemioterapia andò male, si rivolse a una sciamana”. Ebbene sì, a quanto pare esistono persino sciamane nostrane – non d’importazione.  Intendo una sciamana “vera e propria” con le piume in testa, stupefacente attrice dell’arte della scena, che porta i suoi seguaci nel bosco e fa abbracciare loro gli alberi per farli guarire dal cancro. Ma non si disdegna neppure il mago (non Silvan e i professionisti dell’arte magica, naturalmente), la maga o la cartomante…

Ciò accade perché vi è una maniera assolutamente peculiare con cui ciascuno reagisce alla malattia, maniera che è afferente alla biografia e all’esperienza personale del malato, al suo mondo di riferimenti culturali e religiosi. Se la malattia rischia di spersonalizzare il malato, è anche vero che il malato personalizza la malattia. Il che significa che ciascuno, nella sua malattia e a misura di ciò che gli è possibile e grazie all’aiuto di chi eventualmente lo assiste e accompagna, è chiamato alla responsabilità di dotare di senso la propria sofferenza.

Sono per la maggior parte storie di dolore, di vita, di paura, di morte e soprattutto di sfiducia nella scienza.  Ovviamente anche di ciarlataneria e frodi, frutto di errori comunicativi tra medico e paziente. Ad ogni modo è importante interrogarsi come mai sembrerebbero più rassicuranti della medicina ufficiale, quella fatta di professionisti, probabilmente percepiti frettolosi e con poca pazienza. Mi riferisco ai rappresentanti delle professioni sanitarie che possono peccare di essere scontati e poco disponibili a quel rapporto umano che è parte della cura.

Forse questa non è una ragione esaustiva per fidarsi delle terapie alternative, cioè infondate, inutili e persino dannose. Il quadro è molto più complesso e ha a che fare con le appartenenze identitarie, senza la presunzione polemica di essere un vassallo della tribù dei giusti.

Sulla malattia e la paura che ne scaturisce si dice molto, ma forse, più che parlare di malattia occorrerebbe osservare e ascoltare il malato, colui che nella sua situazione di sofferenza ha veramente qualcosa da dirci e da insegnarci, colui che può rivelare noi a noi stessi, mettendoci alle strette circa il “serio” (?) della vita. In fondo che cos’è la vita se non essa stessa una malattia da cui non se ne esce vivi?