La prima volta che vidi di persona Eugenio Borgna fu a un congresso organizzato dalla mia Scuola di Specializzazione. Avevo poco meno di tren’anni io e poco più di ottanta lui. Un uomo dallo sguardo mite, che scansionava lo scorrere del tempo con movimenti lenti e sofisticati. In breve, un uomo dallo stile e dal compito altissimi che si interroga da quasi 70 anni sulla psichiatria di ieri, di oggi e del futuro.

La follia per l’emerito psichiatra è un racconto permeato di nostalgia che ripercorre tutti gli anni in cui si è speso per capire il mistero della malattia mentale.  Un racconto che comincia dal manicomio femminile di Novara, che Borgna diresse fino al 1978 (anno della “rivoluzione basagliana”) riscontrando livelli di intollerabile inumanità, violenza e indifferenza. Dopo la chiusura del manicomio, Borgna diventa primario di psichiatria dell’Ospedale Maggiore della Carità, sempre a Novara, dove lavorò fino al 2002.

Tutti anni dedicati alla comprensione dell’incomprensibile, all’ascolto – spesso silenzioso e più fisico, portato avanti dall’attitudine umana delicata che solo un animo incontaminato come il suo può. Quella di Borgna è una psichiatria gentile che si appoggia alla sapienza farmaco-terapica, senza tralasciare l’importanza della psicoterapia.  Una psichiatria orgogliosamente opposta a ogni forma di contenzione, contraria  alle scorciatoie farmacologiche, sempre rispettosa dei tempi personali:  variabile di cui hanno più bisogno i pazienti ricoverati. È il ritratto di una psichiatria fatta di gentilezza, speranze e fragilità comuni alla condizione umana.

Ma a fare la differenza è soprattutto la persona di Borgna stesso che sin dagli anni in cui la psichiatria era soprattutto organicista, volle ascoltare l’angoscia dei pazienti psichiatrici emarginati come parte di una soggettività più complessa, convinto che le radici della malattia siano esistenziali e non cliniche. Convinzione che fa venir meno il rapporto simmetrico tra medico e paziente. La sua, infatti, è una psichiatria che nasce dalla visione della professione come relazione di ascolto, orientata a cogliere il senso di alcune grandi tematiche della vita.

Dopo anni spesi allo studio della professione scelse, infatti, di abbandonare la nomenclatura diagnostica per non dare per scontato il paziente, tanto che per lui il DSM, il manuale diagnostico dell’American Psychiatric  Association è un “compendio negativo e arido della peggior psichiatria”. A ben vedere, le classificazioni dell’umano, per quanto comode a chi è intellettualmente pigro per natura o formazione, allontanano dalla strada dell’incontro, dell’ascolto, del dubbio ma sopratutto del senso di meraviglia di ciò che è l’uomo: l’oggetto più misterioso mai scoperto dalla scienza.