“Essere o non essere”? È forse questa la fase più famosa dell’Amleto di Shakespeare pronunciata proprio da Amleto nella prima scena del terzo atto. Si tratta di un interrogativo esistenziale del vivere soffrendo (essere) o del ribellarsi rischiando di morire (non essere).

In questo dilemma ci si interroga se sia più nobile psicologicamente soffrire gli affanni della vita o porvi rimedio annulandosi, ponendo fine, così, al dolore del cuore. In fondo chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo, i calci in faccia, le oppressioni del quotidiano, gli spasmi dell’amore, l’insolenza di questi tempi bui? Sono fardelli che rendono la vita spesso troppo faticosa per ribellarsi alle sue leggi.

Il dubbio amletico è tra i più attuali del nostro tempo: E’ forse più nobile affrontare la traversata nel mare della vita combattendo o sopportando la sorte stoicamente arrivando fino al nichilismo? Qual è la vera nobilità?

Da abitante di questo mondo mi ci sono interrogata più volte io stessa e anche i miei pazienti. Una volta lo chiesi a una persona di cui ho smisurata stima e ammirazione che di tutto punto me lo spiegò con un frase di Enzo Jannacci che, in un ‘intervista, quando gli chiesero che cosa fosse per lui la dignità di un uomo, da medico, prima che da celebre cantautore, rispose: “La dignità è la capacità di far fronte ai propri problemi”. Ma siamo sicuri che tutti scelgano di percorrere questa strada?

Il fenomeno hikikomori per esempio, è una spia di come, sempre più persone, ragazzini e non più ragazzini, scelgano di anestetizzarsi dal peso del vivere nel mondo zombico dei vivi. Sono “esseri” umani che per restare umani rinunciano all’ “essere”. Esseri senza essere, dunque, che non inseguono se stessi ne perseguono il precetto socratico del “conosci te stesso”. Al contrario, quel se stesso iniziano via via a cancellarlo, scelgono la via della disintegrazione che contagia tutto ciò che li circondano in un distaccato rifiuto delle emozioni.

Forse inabili a sostenere il grande peso di essere qualcuno, rinunciano all’imperativo etico moderno dell’essere. È la cronaca contemporanea del ritiro in se stessi di fronte agli orrori di un mondo che non ammette sbavature identitarie. È la metafora di una post-modernità sempre più interconnessa ma pericolosamente spersonalizzante che pesa sulle spalle di tutti. Eppure qualcuno non ce la fa, e di fronte alle grandi scelti morali preferisce annichilirsi piuttosto che lasciarsi imporre nelle scelte altrui che non condivide. Si tratta di un ritirarsi che è un lasciarsi andare svuotati, bombardati da modelli di eccellenza in cui la maggior parte di noi, miserabili umani, non rientriamo.

Ed è così che alcuni, in questo baratro esistenziale, scelgono di vivere una vita nascosta, come a proteggersi da una tempesta di ghiaccio silenziosa che parte dalla negazione di se stessi come strumento potentissimo di autoaffermazione. Sono scelte forti, estreme, capibili solo se ci si mette nelle scarpe dell’altro ma dalle mie comodissime Birkenstock  io vi dico che non posso che pensarla come il grande Jannacci: il coraggio di risolvere i propri problemi è la misura dalla propria dignità.