Si c’est fichu entre nous, la vie continue malgrè tout: se è finita tra di noi la vita continua nonostante tutto, così cantava una vecchia canzone francese. Può capitare che un amore finisca se è iniziato; spesso trascinando con sè malinconiche macerie. Il problema è come ricominciare una vita, pur non rinunciando a quella già vissuta in due, quando ricominciare significa anche ritrovare in altri un riflesso splendente di se stessi dimenticato in un passato non ancora remoto ma ormai troppo lontano. Quella sull’amore è una storia intima ma universale che racconta la disponibilità verso l’altro. E’ attraverso questa disponibilità, fatta al contempo di straniamento e scoperta, che il mondo si rinnova anche agli occhi di chi si sente finalmente amato. Ma ahinoi, amore rima con dolore, rivela la nostra innegabile fragilità, ci si perde prima dentro e poi fuori di un altro, dalla cui disponibilità dipende la nostra stessa esistenza e forse il nostro stesso senso. Essere, sentirsi amati è un riconoscimento di noi stessi tenuti in ostaggio dall’altro che quando pronuncia parole come “non ti amo più”, trafigge con lame sottilissime la ragione della propria esistenza.

Eppure, il trauma che comporta amore-dolore è solo I’inizio di un processo di conoscenza, un’indagine sul nostro essere nel mondo. Più volte ho sostenuto che amore e conoscenza sono sinonimi: vale anche per l’amore negato, poichè getta il suo sguardo sulla nostra vulnerabilità di uomini soli. E’ parimente un’esperienza che lacera la coscienza, schiaccia l’uomo privandolo di ogni prospettiva, indice il più delle volte del fallimento della parola e del pensiero e al loro posto si sostituiscono il pianto, il lamento e molto spesso il silenzio. “Date le parole al dolore, la sofferenza interiore che non parla sussurra al cuore troppo gonfio fino a quando si spezza”. Le parole del Macbeth Shakespeariano, a maggior ragione sottolineano la forza devastante che può accompagnare l’esperienza del dolore ma al contempo indicano anche la strada per non soccombere di fronte a questo predatore della gioia di vivere. E’ difficile come chiede Macbeth, dare al dolore parole che valgano per tutti e per tutte le spiacevoli esperienze amorose e non che si presentano. Che le parole possono spezzare un cuore, è vero, ma talvolta possono aprire varchi nuovi e imprevedibili nella vita di ciascuno.

A tutti sarà capitato infatti, di sentirsi diversi, quasi trasfigurati dopo la tempesta di una sofferenza personale. Il dolore non è quindi, solo un mostro che schiaccia ed avvilisce. E se l’esperienza del dolore proprio o altrui costituisce il più delle volte il fallimento della parola e del pensiero, a maggior ragione il contesto di cura deve essere un contenitore disponibile al dialogo, all’ascolto e alla ridefinizione di storie che esortano a cambiarne il finale o a scriverne altre. Eb-bene, perdere l’amore è perdersi, è dolore autentico ma presenta la sua contropartita. Come sostengono i più grandi scrittori il dolore sa essere anche maestro di vita, un educatore capace di renderci sapienti e farci ritrovare. Gli antichi addirittura sostenevano che la sofferenza è forse l’unico mezzo valido per rompere il sonno della ragione. Ma badate bene, deve essere un dolore vero, che trafigge, vissuto negli abissi del profondo, non rigettato, addomesticato o narcotizzato. Quando un dolore autentico vi pervade mente e cuore, guardatelo in faccia, meditatelo, elaboratelo, solo allora potrà essere accolto nella vostra anima e rendervi migliori.