Spesso mi cimento in un esperimento: mi siedo su una panchina ed osservo la gente che passa. Quello che vedo è sempre la stessa scena: mille piedi e nessuna faccia. Ma straordinariamente le scarpe sono tutte uguali. Scarpe da ginnastica dello stesso modello, pure dello stesso colore, come se fossero andati tutti negli stessi negozi. La panchina diventa luogo d’osservazione di queste piazze ormai divenute centrali commerciali. È incredibile come spinti dal vento dei social ci siamo ridotti a uniformare i nostri gusti, ad appiattire le nostre sensibilità e non per ultimo omologare le identità annullando quel timbro di originalità che ciascuno di noi si porta dentro. Cosa è successo? Abbiamo perso le radici, siamo tutti fragili come piantine esposte alle tempeste e alle tante e troppe libertà conquistate in nome dell’individuo che hanno portato alla massificazione generale.

Iniziamo la nostra vita partendo tutti diversi per poi ritrovarci simili come gocce d’acqua, codici seriali senza un accento personale. ..Nel vestire, nel mangiare, nel pensare e quindi nel parlare. E non credo ci sia qualcosa di più drammatico. L’uso del linguaggio è ormai figlio del pensiero dominante e colossi come Amazon, Facebook e Google hanno confezionato un mondo con i loro prodotti, loro linguaggi, i loro riti, le loro notizie -magari anche false- che spingono alla modificazione della struttura del pensiero (per chi ne ha uno). Compriamo ciò che ci suggerisce Amazon, ragioniamo come Google e crediamo che la verità sia quella scritta sulla bacheca di Facebook. La famiglia che prima era il nostro centro nucleare di appartenenza, ora viene tolta come un cerotto logoro e la scuola oggi, che una volta era tra le migliori al mondo – struttura il sapere in tante piccole prove a fin di voto andando a parcellizzare quel che prima era un esame unico che permetteva di fissare concetti per tutta la vita.

Non si tratta di essere pessimisti o di coltivare una nostalgia fuori dal tempo ma di comprendere le tendenze di questa modernità  non rassicurante. C’è una marcatura paradossale ad essere soggetti (che finiscono per diventare oggetti) rischiando così di fare gli stessi discorsi, leggere gli stessi libri, comprare le stesse cose… E c’è un’unica via d’uscita da tutto questo.  È un’attrezzatura composta da formazione, cultura e sapere come antidoto alla paura, allo stereotipo e all’omologazione. Ma voglio lasciarvi anche un briciolo di ottimismo. Tra tante persone che si somigliano sotto la bandiera dell’uniformità, ci sono anche minoranze organizzate che non si arrendono. E nemmeno io mi arrendo a sedermi sulle panchine a cercare volti in mezzo a un vorticoso andirivieni di scarpe tutte uguali.

Nel libro sotto troverai approfondimenti in merito.

Volevo solo avere tanti like – La paura di essere diversi