La paura del contagio è antica, umana quanto irrazionale e a volte superstiziosa, anche se spesso viene tradotta con una valenza carica di ideologia e fanatismo. Insomma, pare che #SiamoTuttiUnPòVirologi dato che precetti sanitari e analisi complottiste sul retro-virus piovono senza sosta; tutti seguono in diretta la partita col virus, la classifica delle città e dei Paesi infette è diventato il nuovo sport nazionale. Nuove diffuse tecnologie di manipolazione genetica possono portare a pensare che il covid sia un agente biologico nocivo frutto di un atto di guerra piuttosto che il risultato di un accadimento naturale o accidentale. Per qualcun altro il virus può essere stato usato anche come strumento di sabotaggio e indebolimento del sistema economico o agricolo senza un’esplicita dichiarazione di guerra, con effetti contaminanti anche lungo termine su terre e persone. È la nuova passione sportiva degli italiani, campioni loro malgrado del coronavirus che ci sta portando a un rincretinimento di massa.

Le origini di tali agenti infettivi non sono date sapersi, ancor meno alla sottoscritta che virologo non è. Tuttavia, a quaranta giorni dalla dichiarazione dello stato di allarme, mi è stato possibile raccogliere gli effetti e i rischi che un virus come questo suscita nelle persone. L’invisibilità del corinavirus e la natura pervasiva dello stesso contribuisce a creare un alto grado di incertezza e di ambiguità che crea un terreno fertile per lo sviluppo di eccessivo allarmismo,  disinformazione, panico ed altri comportamenti maladattivi da stress.  L’enorme potenziale mortale del covid inoltre, genera paura per il futuro, del proprio destino personale e lavorativo. Ma andiamo a vedere gli effetti che questa epidemia ha accompagnato:

– Aumentati i casi di IPOCONDRIA. Le persone tendono a prestare eccessiva attenzione alle sensazioni corporee, interpretandole come segni di avvertimento di una patologia in atto. Le stesse ricorrono all’intervento medico per sintomi non preoccupanti o nella speranza di avere ulteriori rassicurazioni sullo stato di salute. Il rischio che si incorre è quello di un’isteria epidemica, allorché le persone più ansiose cominceranno ad iperventilare (respirare troppo velocemente e profondamente) ottenendo cefalea, formicolii e tensione muscolare nelle mani nei piedi, tachicardia (cuore che batte all’impazzata) e sintomatologia da attacco di panico. Coloro i quali assistono a tali scene, possono erroneamente pensare che questi effetti siano da attribuire al coronavirus e di conseguenza diventano anch’essi ansiosi

– L’INCERTEZZA. Dubbio costante di essere contagiati o veicolo di contagio. Ciò porta alla sfiducia negli altri, inevitabilmente visti come minaccia alla propria salute e all’assumere una posizione sempre più passiva e meno attiva che contribuisce ad aumentare l’incidenza di ansietà affaticamento e depressione.

– Un altro comportamento epidemico può essere quello della FUGA DA PANICO. Quando una persona si sente eccessivamente minacciata può cercare la fuga immediata come unica via di salvezza. Ed è sufficiente che alcuni casi di fuga si palesino per far si che altre persone si facciano prendere dal panico e li seguano. Un fenomeno questo, recentemente accaduto presso la stazione ferroviaria di Milano.

– Alcune persone possono sviluppare un DISTURBO OSSESSIVO-COMPULSIVO per le procedure di decontaminazione, di pulizia, ovvero trascorrono troppo tempo e consumano troppe risorse per lavarsi,  pulirsi, cambiare gli indumenti, sostituire filtri, disinfettare senza tregua gli ambienti…

– AMMASSAMENTO IN LUOGHI SICURI. Molte persone tendono a concentrarsi i luoghi aperti per cercare protezione creando talvolta difficoltà di movimento e assistenza; attenggiamento che costituisce una sorta di diserzione per rifugiarsi in aree sicure. I parchi e i boschi, una volta semi deserti, diventano ora meta privilegiata di pellegrinaggio e di sosta.

– L’uso di strumenti protettivi NASCONDE PARTE DEI COMPORTAMENTI NON VERBALI. Parte della comunicazione è resa  incomprensibile dal movimento della bocca coperta. L’uso della mascherina, infatti, interferisce con un normale rapporto amichevole tra persone, impedendo loro di conversare, di condividere cibo o semplicemente sorridere. Ogni moto affettivo diventa infettivo. Nell’isolamento sensoriale e sociale in cui si vengono a trovare le persone si sentono spesso incapsulate e sole. La sensazione è che ci si possa sentire circondati da un ambiente ostile in cui tutto, anche l’aria che respiriamo, è contro di noi. Questa sorta di ovattamento fa si che gli individui diventino passivi, insicuri. L’uso della maschera protettiva richiede infatti tempo per familiarizzare e superare le iniziali sensazioni claustrofobiche. Va bene tutto, la mascherina, il tampone, l’amuchina e lo starnuto nell’incavo del gomito; ma non si può vivere a lungo in questa desolazione generale se eliminiamo ogni richiamo dell’umano e del sociale.

Tutta questa sintomatologia farebbe pensare a un tempo perduto. Eppure lo si può convertire in un tempo ritrovato; il tempo dell’ascolto interiore e del dialogo con se stessi, della scoperta di quello che ci unisce e avvicina agli altri nelle stesse miserie ma anche nelle stesse attese e speranze. Nel disagio esistenziale comune si sono viste moltiplicarsi le richieste di aiuto che, gioco forza, avvengono ancora via Skype. Inizialmente diffidente a queste forme alternative di dialogo, ho dovuto ricredermi. Nel deserto emozionale di questi giorni lunghi e senza fine, incrociare la sola parola di una persona ha un significato profondo per combattere il panico, la preoccupazione per il futuro e la rassegnazione passiva.

Se per salvarci dal virus dobbiamo rovinarci la vita, rinunciare all’umanità, al dialogo con l’altro, vegetando impauriti sotto la minaccia da reclusione forzata; facendo due conti, rivendicherei –a pieni polmoni– il rischio di vivere.