Eccomi quì, ancora una volta a scrivere di felicità. Ma è proprio necessario che ognuno di noi sia felice? E chi non lo è, è per colpa sua? Il mantra del nostro tempo sulla felicità non ammette eccezioni: “siate felici, dimostratevi ottimisti e conquisterete il mondo”… “E siate ancora più contenti e riconoscenti se siete- per così dire- di nascita fortunata”.  Per i più duri a memorizzare l’equazione della felicità è suggerita la consultazione di manuali sulla “perfetta felicità”, ove è possibile apprendere tecniche e pratiche per adottare i principi vincenti della vita personale e professionale. Vuoi raggiungere il successo?, diventare milionario?, diventare un/a rubacuori? La soluzione è molto semplice, basta seguire le istruzioni contenute in un uno dei tanti manuali bestseller, osare pensare in grande…Et voilà, raggiungerete ciò che nemmeno gli antichi saggi sono mai riusciti anche solo lontanamente a inquadrare nel corso della Storia.

E invece no, viviamo un tempo in cui vige l’imperativo dell’essere felici che stampa sulla faccia delle persone sorrisi di circostanza e spesso fuori luogo. Un’idea di felicità molto diversa da quella collettiva ma sempre più individuale e nutrita di valori consumistici e utilitaristici (sono felice se avrò il contratto indeterminato, se avrò l’I Phone, se mi sento bravo/bello, se riesco a vincere una gara…..). Tra le varie istruzioni su come rendersi felici ve n’è una di molto pericolosa. Essa afferma che le condizioni che determinano la felicità; quali ricchezza/povertà, successo /fallimento, salute/malattia, dipendono soltanto dal singolo e che la felicità collettiva non è altro che la somma delle felicità individuali: un principio in perfetta sintonia con l’utilitarismo. Qualcosa che assomiglia più al ritiro interiore per prendersi cura morbosamente di se stessi piuttosto della felicità collettiva condivisa e, attualmente assente nel panorama attuale.

È comprensibile che si cerchi la felicità ma rendiamoci conto però che la sua ricerca esasperata è dettata dall’industria (della moda e della farmaceutica per dirne alcune) che si serve delle nostre presunte mancanze per venderci oggetti, esperienze, farmaci, status symbol che dovrebbero fungere da vicari. Il raggiungimento dell’agognata felicità, teorizzato dagli esperti più in voga, non è altro che il trionfo della realizzazione individuale collegata all’acquisizione di beni materiali e di capacità necessarie a governare i propri sentimenti, comportamenti, passioni ed emozioni, nonché di perseguire i propri interessi.

Uno dei concetti cardine dell’ideologia della felicità è quello super inflazionato di resilienza. Lascio agli esperti la spiegazione del concetto, io non ci ho mai capito un granché. Parrebbe essere un fattore che incoraggia le persone a riprendersi dalle mazzate della vita. Una sorta di raccolta di storie di successo di persone che ce l’hanno fatta a riemergere. Una fede che, se seguita, quella della resilienza, fa sentire in obbligo di trasformare un trauma in crescita, una disgrazia in opportunità e il dovere di rialzarsi dopo un brutto colpo quando fisiologicamente, l’unica cosa che saremmo in grado di fare è stare stramazzati al suolo. Come se soffrire, non essere felici, essere depressi, stressati, soli, è perché non ci si prova abbastanza, non si è capaci abbastanza. Come se stare male non bastasse, emerge anche il senso di colpa di non stare bene. E invece, riformulare il negativo in chiave ottimistica, non solo condanna le persone che non riescono a trasformare le avversità in opportunità, ma è soprattutto contrario al senso di umanità.

Una visione, questa, che sminuisce il valore morale del dolore, della manchevolezza e della sofferenza, vale a dire i più importanti strumenti di comunicazione organica e sociale. Perché il dolore sorveglia l’esistenza umana, a volte contribuisce a farne smarrire il senso, altre volte contribuisce a farlo ritrovare. Ad ogni modo costituisce un martello per abbattere i muri di cinica indifferenza tra esseri. Sarebbe opportuno invece, mettere in guardia dall’idea che la felicità sia un concetto preciso e una condizione raggiungibile da ciascuno.

Mi piace sempre rifarmi al grande Totò per definire la felicità- che a pranzo con Oriana Fallaci per un intervista disse: “Forse vi sono momentini minuscoli di felicità, e sono quelli durante i quali si dimenticano le cose brutte. La felicità, Signorina mia, è fatta di attimi di dimenticanza”… Per il resto possiamo anche liberarci dal bene per forza e non sentirci da meno se, a tutto quel bene – molto spesso – non ci arriviamo. Siamo e restiamo umani.