Nell’Antica Grecia l’ipocrisia non era percepita come un comportamento disdicevole e, allo stesso modo, l’ipocrita non veniva considerata una persona immorale. Col passare del tempo però, la parola ipocrisia subisce un ampliamento semantico e con esso anche un cambiamento del suo significato. A cominciare dal verbo greco dal quale la parola deriva: ypokrìnomai, composto da ypò (sotto) e krìno, che rimanda ad atti propri dello spirito e dell’intelligenza: giudicare, discernere, spiegare. Ypokrìnomai è quindi originariamente un giudicare approfondito, che suppone capacità di critica, nel senso nobile della parola. Ma l’etimologia (dal greco ὑποκρισίη) svela qualcosa di ancora più affascinante e strettamente legato al mondo della psicologia oltre che al teatro. La parola indica anche la capacità di interpretare un personaggio. Proprio come l’attore, con hypokrites, nel mondo latino si intende “colui che recita una parte”. Ipocrita ora è intendibile come colui che finge, simula…Perchè come sosteneva il grande Eduardo “l’uomo che finge non è mai così tanto se stesso come quando recita”.

Quando frequentavo la Scuola di Specializzazione Interazionista di Padova ci facevano studiare “La vita quotidiana come rappresentazione” del sociologo canadese Erving Goffman, il che sostiene che il mondo è una grande rappresentazione teatrale. E’ un concetto che richiama molto a Pirandello che parte dalla considerazione che ognuno indossa una maschera e crea un ruolo a seconda dei diversi contesti. In altre parole, ognuno cerca un’immagine di sé da rappresentare, molto spesso differente da ciò che uno pensa di essere (ammesso che si creda di essere qualcuno).

Ognuno di noi è la somma di più persone e, se chiamati a manifestarci, saremmo tanti quanti i contesti che richiama la messa in scena di un ruolo – C’è una maschera per la famiglia, una per la società, una per il lavoro. E quando sei solo resti nessuno – diceva Pirandello. Insomma, ognuno di noi è ostaggio degli altri ed altresì è in quell’ognuno che sono contenuti gli altri.

Ma cosa succede quando un uomo rimane solo con se stesso? Cosa resta di uomo se gli altri attraverso cui si manifesta scompaiono? Quando si perdono i riferimenti di ciò che ci circonda e l’unico punto di riferimento è il proprio io, sono ancora una volta gli altri a intervenire etichettandoci come “pazzi”. Un riflesso, quello della pazzia, che diventa lo specchio quotidiano di obbliga riflessione sul coraggio o non coraggio di volersi guardare con gli occhi degli altri che ci definiscono. Rifiutare tale sguardo di emarginazione e di offesa alla moralità fanno sentire un uomo solo. Ma la solitudine è necessaria per cercare la propria essenza, il volto sotto la maschera. E’ quel tipo di solitudine che ci fa imparare a convivere con noi stessi per diventare persone migliori e non la brutta copia di qualcun altro, e al contempo tornare agli altri non come mero mezzo utilitaristico.

E’ un’idea di ipocrisia simile a quella di diplomazia che aiuta l’uomo ad adattarsi e a gestire la complessità delle relazioni sociali, tanto più in un momento storico come questo che stiamo vivendo. Come se bisognasse fingere per ottenere dei vantaggi o semplicemente per permettere alla propria di vita di non subire brutti colpi scena. Di contro, una persona non ipocrita dovrà affrontare una vita non priva di asperità e ostacoli e spesso destinata alla solitudine. Il non ipocrita infatti è pericoloso: non bisognoso e non curante dell’approvazione altrui, disarma con l’inedito. Stanco del già detto, del già sentito, del già pensato, il non ipocrita ha il coraggio del non convenzionale. E ci vuole coraggio ad essere diversi. Sempre meglio simulare, dire ciò che gli altri si aspettano di sentire, fingere di avere una qualche qualità e pensare al proprio vantaggio personale. E’ il trascinarsi per compiacere chiunque da cui si può trarre un interesse.

Ma come si riconosce il non ipocrita? E’ colui che non vuole essere schiavo, che dissacra il consenso ma tollera il dissenso. In altre parole; un Uomo libero. Oppure, prendendo a prestito una metafora di Marco Aurelio, “La persona autentica sa di selvatico, non copre il suo odore con altro cercando di apparire quello che non è”. Insomma, pare che nella vita ci voglia anche naso!