L’esperimento di Milgram ha messo in mostra come gli uomini accondiscendano remissivamente al sistema dell’autorità, anche quando si tratta di assumere scelte poco etiche. Quando le persone obbediscono all’autorità, arrivando persino ad attuare condotte discutibili dal punto di vista etico e morale, la domanda che sorge spontanea è “perché?”. Dostoevskij si è posto il medesimo quesito scrivendo la leggenda de “Il Grande Inquisitore”, un capolavoro della letteratura universale all’interno del romanzo “I fratelli Karamazov”.

L’azione del poema è ambientata in Spagna, a Siviglia nel XIV secolo, nel periodo più tremendo della Santa Inquisizione. Per garantire la continuità della religione unica, in gloria di Dio, ogni giorno gli eretici sono consegnati alle fiamme sulla pubblica piazza ma quella sera improvvisamente compare un uomo che sembra essere Gesù Cristo. Attratta da una curiosità irresistibile, la gente si accalca intorno, lo osanna e lui benedice tutti emanando una forza risanatrice. Un vecchio cieco implora: “Signore, guariscimi cosicché possa vederti!” e il cieco vede. Nel frattempo, sul sagrato della cattedrale di Siviglia si sta volgendo un funerale: in una piccola bara bianca giace il corpo di una ragazzina. La madre della defunta, in preda a disperazione, urla: “Se sei Tu, resuscita la mia creatura!”. La processione si ferma, Egli pronuncia piano “Talitha kumi (è un’espressione in aramaico parlato da Gesù nel Vangelo di Marco che significa: “Fanciulla, alzati) e la fanciulla si leva dalla bara. Non v’è più alcun dubbio che si tratta della venuta di Gesù Cristo. Proprio in quel momento, tra le urla e i singhiozzi della gente, un vecchio sui novant’anni, alto, dinoccolato, dagli occhi incavati, attraversa la piazza: è il Grande Inquisitore in persona. Impaurito da un suo ritorno, l’Inquisitore fa imprigionare l’uomo.

Comincia così, in una prigione buia, il monologo in cui il vecchio accusa Gesù di essere tornato sulla terra a rovinare i suoi piani e a mettere in pericolo il suo progetto di pacifica convivenza tra gli uomini. Cristo non pronuncerà neanche una parola ed è l’Inquisitore a esporre la propria visione del mondo e al contempo quella opposta, di Gesù appunto. Reo di aver fatto dono agli uomini del libero arbitrio, Gesù, avrebbe voluto far emergere negli esseri umani la facoltà di scelta, cosa che, agli occhi dell’Inquisitore, non sono in grado di esercitare. Secondo l’Inquisitore, infatti, la maggioranza della gente manca della profondità di saper scegliere la cosa giusta e per questo la loro vita necessita di essere gestita. Nell’incapacità di scegliere tra il bene e il male, gli uomini sono rassegnati ad essere condotti come un gregge, delegando ad altri le decisioni per disporre di una vita più tranquilla e in un certo senso rinunciando alla propria libertà per essere felici. Scegliere liberamente è una questione che tormenta e per questo gli uomini cercano qualcuno che lo faccia per loro e che li sottragga dall’angoscia di prendere decisioni (purché rimanga l’illusione che siano loro a scegliere da sé).

Gli argomenti centrali affrontati sono quelli che tormentano l’animo umano fin dalle origini dell’uomo: libertà, libero arbitrio e la capacità di scegliere tra bene e male. Dal monologo emerge un affresco sul genere umano assolutamente negativo: le persone sono inette, indecise, deboli, incomplete. Se per libertà s’intende la capacità di discernere tra bene e male e al contempo di prendere decisioni in maniera autonoma, allora l’uomo non è libero, perché necessita -per sua natura – di dipendere da qualcuno che faccia le sue veci.

Il rapporto è come quello che un bambino ha con la propria madre: lei lo premia se fa bene, lo punisce se sbaglia, se si comporta in maniera corretta gli fornisce protezione ma se non obbedisce, fa uso della forza. In tutta la sua nudità, come un bambino, l’uomo non è capace di gestirsi autonomamente ma ha bisogno che qualcuno lo governi. Non a caso, se posto davanti a una scelta, nell’indecisione di sapere cosa è meglio per sé, emerge puro questo limite e ciò lo rende profondamente infelice. Allora, forse, è proprio in questo che consiste la felicità: nel sottrarsi alla scelta.

La difficoltà di scelta è un tema ancora molto attuale: scegliere non è un’impresa facile e la vita nella sua complessità è sprovvista di un vademecum sempre valido per ogni circostanza. Capire quale possa essere la scelta più consona ad ogni contesto è una questione che costa fatica, può suscitare ansia, generare dubbi ed esporre ad errori di valutazione. Queste sono le ragioni per cui la maggioranza delle persone – come sostiene il Grande Inquisitore – ha bisogno di qualcuno che lo faccia per loro. La religione e alcune forme di governo in questo senso hanno dato agli uomini qualcosa in cui credere e la possibilità di vivere felici, soprattutto se c’è qualcun altro a fare scelte al posto loro. Non è un caso che se è l’autorità di una Chiesa o uno Stato a determinare l’organizzazione sociale degli altri, la gente è più contenta perché non ha bisogno di pensare alla liceità del proprio agire. La Storia è testimone di questa forma di esercizio del potere: la gente accetta la disfatta del proprio pensiero e della propria autonomia perché è più facile se sono gli altri a pensare per noi. Inoltre, andare incontro a delle scelte costa fatica e si sa che non c’è niente di più faticoso della libertà.

In tutto questo c’è un paradosso drammatico: “vogliamo liberarci dalla libertà”, “meno liberi siamo, meglio stiamo”, “più decidono gli altri, più siamo felici”. Con questo racconto, Dostoevskij non ha voluto parlarci di fede o di politica: la storia fa riflettere da una parte se abbiamo un libero arbitrio e il diritto alla capacità di scegliere; dall’altra parte, invece, fa riflettere sullo schema del potere di chi pensa che la massa non abbia gli strumenti per giudicare e per scegliere.

Il Grande Inquisitore rappresenta ancora oggi una metafora della modernità, anche se non corrisponde più a un essere identificabile con una persona. Con la globalizzazione, dove i confini si sono fatti più labili e spersonalizzanti, i cittadini si sono trasformati in semplici consumatori. Il Grande Inquisitore, quindi, si nasconde dietro il concetto di mercato e di mass media che influenzano enormemente le nostre scelte e con esse anche i nostri stili di vita. È il Grande Inquisitore moderno a stabilire cosa comprare, dove andare in vacanza o cosa indossare, e ciò che ne consegue è l’emarginazione di chi non si adegua a queste prescrizioni indirette. Ma l’uomo non vuole sentirsi escluso, ama essere un tutt’uno e in questo somiglia molto al consumatore che, al supermercato, per la paura di scegliere, si lascia guidare dalla moltitudine così come un gregge è condotto dal pastore.

I media sono abili strumenti finalizzati al formare un pensiero superficiale e poco riflessivo, dove la banalità dei luoghi comuni è costantemente veicolata alla massa attraverso la divinizzazione di oggetti e modelli di culto futili e sterili che impediscono ai cittadini di sviluppare un loro senso critico. Allo stesso modo agisce la tecnologia. Siamo portati a pensare che essere connessi in rete ci abbia reso in qualche misura la vita più facile ma la tecnologia serve all’uomo per vivere, non lo rende libero. La tendenza all’essere sempre connessi influenza enormemente i nostri comportamenti. Siamo soggiogati a una dinamica persuasiva, nel senso che il mondo virtuale è in grado di influenzare, se non addirittura determinare, idee e comportamenti così da penetrare nella vita degli individui, nelle loro relazioni, nel mondo. Questa connessione globale dà l’apparenza di esercitare più facilmente il nostro libero arbitrio all’interno di una bolla virtuale che somiglia molto all’illusione che il Grande Inquisitore vendeva agli uomini. Ciò va a sostituirsi alla vita reale e alle diverse versioni sul mondo.

Tutt’altra faccenda è la libertà che non è facile esercitare: essa necessita di una conoscenza che va costantemente conquistata e impone la difficoltà del sapersi orientare nel mondo con la propria testa. Dietro a chi vuole essere consapevole di sé, si nasconde una grande educazione alla conoscenza, che dà l’autonomia intellettuale necessaria per far fronte a scelte autonome. I mezzi di comunicazione di massa oggi più che mai fanno da vicario ed hanno cambiato il comportamento degli esseri umani, che ancora una volta sono invitati a scegliere la strada più facile e più lontana dall’autoaffermazione per risollevarsi dalla loro condizione esistenziale, senza sapere che tutto ciò è solo una chimera.

E poiché è difficile sopportare la dura realtà della propria esistenza, pochi resistono alla fatica della conoscenza e si asservono alle leggi del Grande Inquisitore.

In copertina: Ilja Repin, Le tentazioni di Cristo, 1900 ca.