Dagli aborigeni dell’Australia ai nativi dell’America settentrionale, dall’Iran alla Siberia fino alla Mongolia e oltre, non c’è territorio della religiosità tradizionale al quale non possa essere applicata la nozione di sciamanesimo. Lo sciamanesimo è un concetto presente in tutte le lingue ad esempio dall’inglese shamanism oppure dal francese chamanisme. Esso non esiste di concreto, è un fenomeno che alcuni definiscono tecnica spirituale o psichica, per altri “un modo di vita”.

Gli sciamani sono collocati originariamente nell’epoca mongola e il loro potere scende dal cielo e il sovrano è per un certo senso dipendente dallo sciamano che è in contato diretto con il cielo e i suoi abitanti. Essi sono maestri della divinazione, e alla funzione divinatoria è collegata quella magica di interventi fenomeni naturali, sia quelli che riguardano il clima, sia quelle che toccano la vita dell’uomo. Hanno un ruolo sacerdotale di conservazione di immagini degli dei, purificazione del fuoco e sdoganare ogni tipo di beni.

Il potere sciamanico si acquisisce grazie a un’iniziazione che spesso consiste non solo in una simbolica morte e rinascita, ma in una vera e propria esperienza esoterica di smembramento e ricomposizione del corpo del novizio che ricorda antichi miti cosmogonici dove la genesi dell’universo strutturato è dovuta al sacrificio di un gigante primordiale. Il percorso è, per il candidato, drammatico e doloroso, ma lo porta a sperimentare e dominare i segreti delle energie che muovono il cosmo.

Rientrato dalla condizione della trance, che non è esente da rischi anche mortali, lo sciamano può così fungere da oracolo, interpretando per la comunità passato, presente e futuro, ma soprattutto esercitando le sue competenze di guaritore e terapeuta. Da questo punto di vista, egli è anche il ricettacolo delle conoscenze mediche e spirituali e psicologiche che una cultura determinata ha saputo individuare nel proprio ambiente naturale. Lo sciamanesimo è dunque connesso sia con la medicina, la psiche ma anche con la religione.

Non può, quindi, uno psicologo esimersi dallo studio dello sciamanesimo per capire le logiche sottese all’influenzamento umano. Più di tutti, un terapeuta ha sfruttato queste logiche “apparentemente magiche” per far fruttare i cambiamenti in psicoterapia. Su Milton Erickson, lo psichiatra e psicologo americano soprannominato “lo sciamano di Phoenix“, è stato scritto così tanto che sembra difficile poter aggiungere qualcosa di nuovo. Tuttavia, quasi tutti i testi relativi al lavoro del massimo ipnotista della storia recente si sono occupati delle sue tecniche di ipnosi e/o degli sviluppi della psicoterapia derivati da esse, oppure delle sue straordinarie capacità percettive e comunicative, che sono state analizzate sistematicamente fino ai dettagli più minuti della microdinamica comunicativa ipnotica.

Il fascino della sua cura e delle sue parole è che ti portava nell’altrove; in quell’altrove dove è possibile al paziente trovare la chiave della vita, la luce dell’Essere o la favola per trascendere dalla vita stessa, immaginare altri mondi e sognare altre dimensioni, altri destini. E a fianco a questo cammino, la dolce magia dei ricordi che possono essere, per dirlo con un linguaggio più alchemico, condanna o liberazione di destini sfortunati.

L’aspetto che interessa della sua pratica sinora poco studiato è l’inusuale capacità di pensare in modo anticonvenzionale e di applicare le proprie originali e “atipiche” intuizioni alla pragmatica dell’interazione terapeutica. Che si trattasse di ristrutturare un aspetto della realtà facendone risaltare gli aspetti positivi altrimenti invisibili, o di distrarre l’attenzione da un elemento patogeno per portarla su qualche altro aspetto utile al funzionamento del paziente, Erickson esprimeva sempre la sua sconcertante capacità di adottare un “pensiero divergente”.

Con le parole di Erickson: “Le cose inaspettate aiutano sempre. Non fate mai le cose che gli altri si aspettano facciate”.

Erickson, nella solitudine del suo lavoro pionieristico e inizialmente osteggiato dalla scienza accademica, è riuscito a fare dello stratagemma e dell’astuzia un’arte e una scienza: appropriatosi di quella conoscenza pragmatica della natura umana e delle tecniche di controllo dell’attenzione che, da sempre, sono patrimonio dei “sensitivi”, degli uomini-medicina e, a un livello estremamente raffinato, dei prestigiatori, le ha travasate, dotandole di uno sterminato corredo di rigorosi riscontri scientifici sperimentali, nel nobile settore della cura della sofferenza umana. Quasi a suggellare l’idea che è possibile aiutare chi soffre anche utilizzando queste armi che sono diffuse universalmente da quando esiste l’uomo, Erickson ebbe a dire una volta: “In realtà, la vita è tutta una grande manipolazione”.

Basterebbe questo a dimostrare l’originalità e la creatività di Milton Erickson, un uomo la cui grandezza attende ancora di essere del tutto compresa.