16 Mag 2019
Nutrire lo spirito in questi tempi bui

A supporto di quella che è più di una sensazione, i dati confermano che gli individui affetti da patologie psichiatriche siano in costante aumento. Sono drasticamente aumentale anche le richieste di riconoscimento della legge 104 che prevede permessi retribuiti ai lavoratori con problemi di autosufficienza a carico –  come a fotografare una società composta da persone che hanno bisogno di assistenza e che spesso non riescono a far fronte alle spese necessarie per garantire un servizio di cura di e per chi è in condizioni di fragilità.

In un periodo di precarietà (esistenziale) come questo sono aumentati anche gli accessi ai servizi di igiene mentale di diagnosi e cura di patologie psichiatriche (che brutto termine!). Le maglie della diagnosi dei disturbi psichiatrici – basato sull’approccio categoriale del DSM 5 – sembrano essersi allargate, provvedendo tempestivamente a identificare situazioni di fragilità, fattori di rischio e predisponenti dei disturbi stessi.

Inoltre all’aumentare delle diagnosi è corrisposta un’impennata delle terapie farmacologiche che, sebbene offrano una risoluzione della sintomatologia, non ne curano l’origine della sofferenza. Sempre più psicofarmaci vengono prescritti senza approfondimento della storia del paziente; basterà andare dal proprio medico di base e dire di sentirsi un po’ giù o di aver bisogno di una soluzione veloce a problemi di insonnia, per avere, con molta probabilità, l’immediata prescrizione di un sonnifero o un antidepressivo. Un’analisi approfondita dei sintomi e un ascolto del paziente, nella maggioranza dei casi, non trova spazio tra le priorità di un medico frettoloso.

C’è da chiedersi se a tutto questo progresso (in ambito scientifico e diagnostico) corrisponda un reale benessere per la società e gli individui che la abitano. La prima domanda che sorge spontanea è: “Come mai non si è riusciti ad arginare la dilagante espansione dei disturbi psichiatrici?” Io credo che lo sradicamento sociale, identitario e culturale in genere dei nostri tempi abbia incentivato la perdita di spiritualità, di valori e l’insorgere di un individualismo sfacciato.

Siamo chiamati a soddisfare, ad appagare i bisogni più superficiali dimenticandoci di nutrire e arricchire il nostro spirito. In questi tempi bui, forse, questi dati iniziali suggeriscono la necessità di comprendere l’interiorità umana nella sua parte più profonda. Dico forse per rispetto anche di chi non resiste all’irrefrenabile tentazione di sentirsi finalmente “vivo” (?) entrando in un centro commerciale.

09 Mag 2019
Sulla felicità rovesciata

Le biografie di Van Gogh riferiscono che il pittore prima di uccidersi scrisse un biglietto con queste parole: “La tristezza durerà per sempre”. Difficile risalire ai primi esordi della sua tristezza, di certo, egli confessava a se stesso, nel momento di consegnarsi alla morte- quell’emozione contraria alla gioia e alla felicità che ogni essere vivente conosce.

Un altro tassello per comporre il mosaico della tristezza è riposto nell’attualità. Mi riferisco alla nostra epoca, basata su una continua e assordante comunicazione, tormentata dalla frenesia degli spostamenti di uomini e merci. Raggiungiamo per lavoro e per diletto terre e città lontane, che sulla scia del global, stanno diventando per architettura e cibo sempre più uguali.

Già in tempi meno sospetti, Seneca aveva biasimato l’angoscia che poteva derivare dal viaggiare; celebre la sua frase contenuta in Lettere a Lucilio: “Chi è dappertutto non è in nessun luogo”.  E’ un pensiero comune che la lontananza dal luogo in cui si vive possa arrecare benefici all’animo. Questo perchè siamo convinti che i motivi delle nostre insoddisfazioni provengano dall’esterno, e dunque riteniamo che cambiando luoghi e persone senz’altro muterà anche la nostra condizione interiore. Niente di più sbagliato. I nostri difetti ci seguono, dovunque andiamo. Le cose che ci rendono tristi sono radicate nel nostro animo: a che serve cambiare posto e vedere persone nuove se non curiamo prima i nostri mali?

“Triste” oggi è anche il tempo che è scandito dal consumo degli oggetti, dai momenti di apparizioni di una moda. Un modello di cellulare dura al massimo un anno, lo stesso si potrebbe dire per l’industria della moda che sancisce il lecito dell’estetica ad ogni nuova collezione. Un libro è considerato bello se supera la stagione di vendita, se è stato pubblicato da un colosso dell’editoria… in balia della dittatura dell’audience e della pubblicità. È lo specchio di una triste antropologia: un’estetica triste che non tollera più la bellezza e la riflessione.

Facile esser tristi quando tutto è così labile, difficilissimo non esserlo, poiché la felicità sparisce appena è desiderata, arriva inattesa come un ospite volatile e latitante. In fondo, gli autunni e gli inverni vengono per farci pagare le primavere e le estati…

Per il resto esistono gli spicologi.

02 Mag 2019
Un dolore invisibile chiamato Depressione

La depressione è stata spesso definita “malattia” dai professionisti della salute mentale; alcuni la paragonano all’ipertensione. E’ quindi la depressione una malattia? Nella maggior parte dei casi la risposta è no. E’ la depressione una conseguenza della genetica o una forma di anomalia del cervello? La risposta è sempre no. Ancora, può essere la depressione trasmessa geneticamente? Non è mai stata dimostrata l’esistenza di uno specifico “gene della depressione”, piuttosto si è giunti a comprendere che la famiglia ha una grande responsabilità nel formare il modo in cui si percepiscono le esperienze ai propri figli. L’idea che la depressione sia una malattia è stata venduta al pubblico in concomitanza con lo sviluppo di nuovi e sempre più efficaci farmaci in grado di alleviare i sintomi della depressione, secondo l’ipotesi che la depressione sia esclusivamente un problema di natura biologica. Sarebbe più opportuno, forse – chiamarla “disordine”, perché il modo in cui si concepisce la depressione influenza profondamente le risposte che si possono dare e le possibilità di uscirne. Infatti, chi si considera destinato alla depressione a causa di una predisposizione genetica o di uno squilibrio biochimico, probabilmente concluderà che non ci sia nulla da fare se non sedersi passivamente ad aspettare che le “pillole” facciano effetto, e questa è una delle conseguenze più pericolose del considerarle la depressione come una malattia.

Ciò non toglie che la depressione è, da un po’ di anni, il problema psicologico più diffuso nel mondo occidentale, ed è probabile che i fattori che hanno condotto questo problema a essere così grave e importante siano di natura sociale piuttosto che biologica. Si tratta di un disordine complesso che non presenta una singola causa, un singolo trattamento o un singolo elemento caratterizzante.  La depressione è il frutto di modi di interpretare e reagire alle esperienze: è un insieme di proiezioni riguardo a se stessi, alla vita, all’universo, a tutto. Chi ne soffre è una persona a cui non è stato insegnato come sviluppare specifiche modalità di pensiero, sentimento o comportamento che proteggono delle difficoltà della vita. Quando le persone hanno sviluppato solo modalità inefficaci per affrontare richieste della vita – spesso spietate, si trovano a essere ferite da ciò che non sanno gestire.

La bella notizia è che modalità funzionali si possono imparare in tempi brevi e con successo. L’iter non prevede un’analisi lunga ed estenuante del passato perché esaminare la storia di ognuno può spiegare alcuni aspetti della depressione, ma non cambiarli. E, così come ci sono molte vie che portano alla depressione, molti sono anche i percorsi per uscirne: non esiste una causa singola del disturbo, né un unico tipo di trattamento efficace. Gli studi clinici dimostrano che metodi di psicoterapia attiva che insegnino specifiche competenze (chiarezza di pensiero, comportamenti efficaci, attitudini relazionali…), hanno un’efficacia pari, per certi versi superiore alle terapie farmacologiche, sia per quanto riguarda il miglioramento sintomatico, sia dal punto di vista delle ricadute. Nel trattamento della depressione la psicoterapia è essenziale; del resto nessun psicofarmaco può insegnare a far fronte a situazioni difficili, a risolvere i problemi e a coltivare relazioni sociali, né a costruire una rete di sostegno. Gli antidepressivi possono essere senz’altro preziosi alleati, ma non sono da considerarsi una forma esclusiva di intervento.

Spesso, in terapia incontro clienti che soffrono terribilmente perché non ottengono ciò che desiderano o qualsiasi elemento a loro fondamentale per vivere felicemente. Questi obiettivi possono essere raggiunti insieme e mentre lavoriamo, sfido le loro vecchie prospettive e creiamo delle opportunità nuove perché facciano degli esperimenti con le proprie percezioni e si mettano alla prova nel mettere in pratica nuove abilità acquisite, funzionali al raggiungimento dei propri scopi.

Questo sistema rovescia completamente la concezione di passività a cui spesso è assoggettato il “paziente depresso”. In psicoterapia il cliente diventa una Persona che partecipa attivamente alla psicoterapia sfidando i propri punti di vista e mettendo alla prova le proprie percezioni facendo pratica di nuove abilità per rompere la morsa della depressione.

Ognuno di noi ha la sua montagna da scalare, un passo alla volta si può imparare a percorrere tutte le curve che renderanno possibile raggiungere la cima.

18 Apr 2019
Come mettere in scacco l’ansia

Qualcuno ha chiamato la nostra epoca “età dell’ansia”, non senza buone ragioni. Le pressioni cui siamo sottoposti sono più numerose e più complesse che in qualunque altra epoca passata. La sicurezza personale, questione centrale nell’ansia, è messa a repentaglio quando il terrorismo può colpire in ogni momento e in ogni luogo, mentre le minacce all’immagini di sé e all’autostima sono continue. Non appena ci siamo abituati a un progresso tecnologico, questo diventa obsoleto e siamo costretti a riadattarci.

I valori tradizionali che tengono insieme la società continuano deteriorarsi da tempo: l’individualismo e il vantaggio personale hanno preso il sopravvento sulle relazioni sociali che appaiono sempre più transitorie. I ruoli di genere sono sempre meno specifici e l’impegno nelle relazioni coniugali e familiari passa in secondo piano rispetto alla carriera, disorientando molte persone che non sanno più come fare a far funzionare i rapporti importanti. A ciò si aggiunga che trovare e mantenere il lavoro è un compito diventato sempre più difficile visto che oggigiorno le persone contano assai meno rispetto bilanci aziendali e la sicurezza economica è messa a rischio.

In questo scenario il numero delle potenziali fonti di stress continua a crescere e quasi tutti, prima o poi si trovano in qualche misura a dover fare i conti con l’ansia. La vita necessariamente ci mette di fronte a difficoltà con cui dobbiamo fare i conti, ma altrettanto spesso l’ansia non è prodotta dalle circostanze esterne, quanto da aspettative irrealistiche (il perfezionismo per esempio), da un eccessivo bisogno di ordine e prevedibilità che non corrisponde certamente alla realtà del quotidiano.

Nella maggior parte dei casi l’ansia presenta due componenti strutturali: la tendenza a sopravvalutare i rischi e quella a sottovalutare le proprie risorse, ovvero la capacità di affrontarli con successo.  Pertanto imparare a valutare più realisticamente i rischi ed affrontarli al meglio può aiutare molto a ridurre il livello di ansia, considerando che non esiste un luogo davvero sicuro e che molte esperienze di vita sono estremamente ambigue. Tuttavia quando questi si presentano è richiesta una certa abilità per venirne a capo.

A questo punto, fidarsi della propria capacità di gestire l’ansia senza lasciarsi sopraffare dal timore per mantenerla entro limiti accettabili diventa fondamentale.

L’ipnosi in questo caso può essere molto utile per insegnare attitudini cruciali, come la valutazione dei rischi, la tolleranza della frustrazione, il controllo degli impulsi e dello spirito critico per riuscire a prendere decisioni e saper contare su se stessi e le proprie risorse.

Tutti elementi, questi, che possono servire a tenere in scacco l’ansia e godere finalmente di una qualità della vita soddisfacente.

11 Apr 2019
Lobotomia: l’uomo con il rompighiaccio d’oro

Probabilmente, il più clamoroso degli interventi per rimediare alla follia fu studiato negli anni ’30.

In una tranquilla Lisbona, Antonio Egas Moniz propose un assalto diretto a quello che ai tempi si considerava la sede della follia: il cervello. Attraverso un’operazione che chiamò lobotomia, il Dott. Moniz, andava letteralmente a distruggere il tessuto celebrale, più precisamente porzioni dei lobi frontali.

La pratica fu ripresa successivamente dal neurologo americano Freeman e adottata in breve tempo in America oltre che in gran parte dei paesi europei. Secondo Freeman questa operazione rivoluzionaria eliminava i morsi della psicosi, anche a bambini di 4 anni.

Tuttavia, gli effetti collaterali del forare il cranio e tagliare la materia bianca del cervello con una specie di punteruolo, cominciavano a farsi a sentire. A discapito di ogni dubbio, migliaia di pazienti operati con questa metodologia si sentivano languire nelle retrovie degli ospedali psichiatrici.

Il paziente designato, dopo essere stato ridotto all’incoscienza con una serie di scosse elettriche, passava direttamente nelle mani del  medico che utilizzando un rompighiaccio e un mazzuolo trafiggeva il cervello passando dalla cavità orbitale e con movimenti energici distruggeva le fibre che era convinto fossero all’origine della sofferenza psichica.

Inutile ricordare che nel 1949, per questa operazione, Moniz vinse il premio Nobel per la medicina, mentre Freeman fu soprannominato dal TimeL’uomo con il rompighiaccio d’oro”, simbolo di una psichiatria forsennata.

Molti dei pazienti, le cui vite erano state dominate da torture vendute come cure, finivano ridotti come vegetali umani. La maggior parte di loro rimase a languire come larve nelle corsie degli ospedali psichiatrici locali. Tutti però riportavano danni permanenti gravissimi al cervello e perdevano irrimediabilmente la capacità di empatia, di riflessione e di autocontrollo, che sono tra le qualità più squisitamente umane.

La lobotomia è l’emblema degli sforzi della società per combattere l’incubo rappresentato dalla malattia mentale, anche se paradossalmente sembrerebbero proprio gli interventi stessi per curarla la manifestazione della follia.

Le mie simpatie in questa triste storia vanno ancora una volta ai sovversivi – a quelli che sono rimasti fedeli all’antico caposaldo ippocratico “Primo, non nuocere”. Mi riferisco a tutti quelli che già in tempi non sospetti, vedevano le radici della cosiddetta follia nel senso e nel significato personale degli individui, ben consapevoli che intervenire con un rompighiaccio era in primo luogo un errore di categoria, non per ultimo una barbarie.

04 Apr 2019
Sindrome di Fregoli e Sindrome di Capgras: vivere l’Inferno dell’Uguale.

In tanti anni di formazione, mai ho avuto modo di approfondire sindromi che portano questo nome – che peraltro sono catalogate come disturbi psichiatrici.

La prima, tuttavia, mi suonava famigliare grazie ad Arturo Brachetti che sapevo aver ripreso l’arte del trasformismo proprio grazie a lui: Leopoldo Fregoli. Morto nel 1936, l’artista oggetto della sindrome è stato il più importante trasformista italiano, il primo a portare in scena quest’arte, arrivando addirittura a cambiare nel giro di pochi secondi la caratterizzazione dei personaggi che interpretava.

Si narra che quando viaggiava, Leopoldo Fregoli portasse con se un corredo pesante di circa trenta tonnellate contenente più di 800 costumi e 1200 parrucche!

Il suo nome purtroppo è legato più alla sindrome psichiatrica che alla sua arte straordinaria, nota anche come fregolismo, sindrome dell’illusione o delirio di Fregoli.  Essa è caratterizzata da delirio di persecuzione da parte di molte persone diverse che in realtà si crede siano la stessa persona che assume fisionomie diverse.

In altre parole, chi soffre di questa “malattia” crede che gli altri siano sempre la stessa persona che si traveste con lo scopo di seguirla. Per i protagonisti di questo dramma, gli altri sono tutti uguali: amici, figli, passanti, sono tutti la stessa persona che si cala in una pletora infinita di personaggi.

A ben pensare, non serve soffrire di fregolismo per notare che la tendenza dominante è quella di assomigliarci tutti il più possibile (il fenomeno delle mode, la chirurgia estetica, le logiche consumistiche da followers, sono solo un esempio).

Anzi, vedere persone che con maggior frequenza non si distinguono, la vedo come una sintomatologia in aumento, la metafora di una modernità che ci vuole allineati ad un modello calato dall’alto, gettando le singole diversità nell’Inferno dell’Uguale.

Per rimanere in tema di cloni, in psichiatria esiste anche la Sindrome di Capgras, altrimenti detta “delirio dei sosia”, dove ci si immagina che le persone con cui si interagisce siano in realtà dei sosia che hanno rimpiazzato gli originali.

Una visione distorta del mondo o una visione lucida di un mondo distorto?

Accenno a queste “malattie” (meglio intenderle come modi alternativi di guardare al mondo), con l’intenzione di portare il peso di un malessere esistenziale (più che patologico) sempre più frequente e condiviso.

Con la Sindrome di Fregoli e di Capgras sorge spontaneo pensare cosa si prova a vivere la tragedia  di vedere un mondo appiattito dalla somiglianza e l’impossibilità di comunicare con gli altri… Ma basterà uno sforzo davvero insignificante per accorgersi, probabilmente- che non c’è bisogno di una sindrome per rendercene conto.

28 Mar 2019
Nomadismo e “pensiero pendolare”

Mi rendo contro, vivendo questa (post)-modernità, soprattutto attraverso la gente che incontro perché in qualche modo soffre, che lo stile di vita contemporaneo sia il nomadismo – anche del pensiero.

Esseri umani che vagano, continuamente in viaggio, come metafora di questa contemporaneità in moto perpetuo.

Lo stesso si potrebbe dire del pensiero: un pensiero ribelle, senza vincoli né legami.

È un pensiero nomade che ha abbandonato l’idea di un ritorno. È un Ulisse solitario senza Itaca.

I nomadi contemporanei, tuttavia, si sentono a loro agio in più luoghi (Marc Augè li avrebbe chiamati “non luoghi”) mossi dal principio della mobilità universale.

Siamo in una cornice che, soprattutto se si è giovani, ci ingiunge di muoverci, essere veloci, scattanti, performanti.

Come reagire allora di fronte a quest’accelerazione forzata, a questa transumanza esistenziale? È possibile invocare un po’ di stanzialità senza correre il rischio di essere fuori tempo e fuori moda?

La filosofa italiana Francesca Rigotti ha cercato di rispondere a questi quesiti proponendo il modello del “pensiero pendolare” (da cui il libro).

Vi è suggerita l’idea di un cambiamento/movimento con uno o più punti di riferimento fissi cui poter tornare. Rifacendosi alla saggezza del pendolo; esso è sospeso, pende, si muove, oscilla, prende e riporta, va e viene, alla ricerca costante di qualcosa che soddisfi l’inquietudine dell’animo umano.

Il “pensiero pendolare” riconosce punti fissi (fisici e dello spirito), come persone/posti cari e famiglia, intesi come luoghi stanziali. Una metafora – questa del pendolo, come risposta all’ossessione del correre e all’accelerazione sfibrante del nostro tempo.

Forse, in principio, andrebbe solo chiarita una questione: siamo davvero disposti  a rinunciare all’immortalità per far ritorno a Itaca?

14 Mar 2019
Se parlo con Dio sono un buon religioso ma se Dio parla con me sono uno schizofrenico?

Si, sentire le voci pare sia caratteristico della schizofrenia, ma è anche presente nell’allucinosi alcolica, in alcune psicosi, in disturbi organici come danni celebrali, durante intensi stati febbrili, talvolta come effetto di talune droghe psicotrope e conseguenza di altri stati modificati di coscienza come la trance, l’ipnosi e crisi mistiche.

Le voci possono manifestarsi anche in condizioni prolungate di deprivazione sensoriale, dopo lunghi periodi di solitudine, a volte sono fedeli compagne presenti nell’infanzia sotto forma di amici segreti o immaginari.

Oggigiorno il fenomeno dell’udire voci (termine preferibile ad allucinazioni uditive) viene accostato troppo frettolosamente alla psicopatologia, tuttavia la Storia ci insegna che forse è il caso di allargare la prospettiva.

Le antiche teocrazie mesopotamiche erano fondate sull’autorità della voce divina mediata da profeti, a testimonianza che, udire voci, non solo era un fatto comune ma anche ricercato. Anche nella Grecia del 400 a.c. la trance oracolare era un fatto istituzionale ampliamente valorizzato.

Il noto psicologo Julian James, addirittura pensa che vi sia stato un tempo in cui l’udire voci era un esperienza umana abituale e che il fenomeno rappresenti oggi un residuo evolutivo. Insomma, nulla di nuovo confronto a Madonne e Cristi parlanti di ieri e di oggi.

Nell’esperienza religiosa occidentale sentire le voci era funzionale alla premunizione, alla guida e all’esortazione del messaggio religioso, con la differenza che le voci “sacre” mai sono state attribuite alla follia, quelle a contenuto non religioso erano invece considerate  l’effetto del demonio prima , poi (ma ancora oggi) della pazzia.

Ma veniamo ad oggi: l’udire voci non risulta essere una caratteristica esclusiva dei pazzi- della cosiddetta schizofrenia. Si tratta piuttosto di una disposizione presente in molte persone e latente in altre che in particolari condizioni psicofisiologiche (stress, traumi, …) attivano voci a contenuti variabili a seconda i criteri di senso e significato personali.

Sto dicendo che sono proprio i soggetti stessi, gli artefici delle loro insolite percezioni. Le voci sono il rumore del pensiero autoriflessivo che per qualche ragione dissociamo dalla nostra coscienza pensando che sia “altro da sé”.

Tralasciando la psicopatologia, la scienza assertiva e le interpretazioni paranormali, aiutare chi soffre di allucinazioni uditive senza tacciarlo di schizofrenia è possibile.

Accettarle è il primo passo per poter affrontare le voci, un modo iniziale per toccare con mano la valenza del motto: “vedi o senti ciò in cui credi”.

28 Feb 2019
Sindrome di Zelig: quando centomila è meglio di nessuno.

Nel film cult di Woody Allen, Leonard Zelig è un uomo camaleontico: cambia a seconda del contesto in cui si trova. La sua mancanza di un’identità ben precisa lo costringe ad imitare chiunque incontri – nel disperato tentativo di sentirsi riconosciuto dagli altri.

Vittima di questa strana “malattia” ancora sconosciuta, Zelig si trasforma letteralmente in funzione di chi si trova davanti. In una scena del film, essendo nelle vicinanze di un rabbino, Zelig si trasforma in esso. Poi diventa ricco in mezzo ai ricchi, povero coi poveri, nero, indiano, cinese, greco, rabbino, scozzese, francese, psichiatra, ora anche ostetrico… Nelle sue fantomatiche trasformazioni lo si vede persino accanto a Pio XI e ad Adolf Hitler, confuso nella massa che lo protegge e al contempo lo nasconde dal suo vero io.

Il bisogno della maschera come desiderio di omologazione è un chiaro riferimento a Pirandello, così come la sua disperata ricerca dell’essere che lo trascina in una spirale pericolosa dove l’omologazione di massa schiaccia ogni identità individuale.

Come sosterrà Bruno Bettelheim, il noto psicanalista che nel film interpreta il ruolo di se stesso, “Zelig è un uomo che non ha un sè né una personalità. Egli è letteralmente l’immagine proiettata degli altri, uno specchio che restituisce alle persone la propria immagine” […]

In psichiatria questa Sindrome è stata coniata proprio con il nome del simpatico protagonista (Sindrome di Zelig), per designare personalità adattivamente camaleontiche, capaci di trasformismo identitario.

Ma siamo proprio sicuri che il vissuto di Zelig sia la sintomatologia di una “patologia psichica” piuttosto che una metafora moderna della condizione umana?

Alberto Moravia ne dubiterebbe insieme a me, d’altra parte ha scritto quel capolavoro de “il conformista”.

Ad ogni buon conto il finale del film lascia ben sperare. Zelig incontra una psicoterapeuta che, con fare più curioso che medicalizzante, tenterà di ricomporre la frammentazione identitaria del nostro amato Zelig.

Tanto amato nella misura in cui, in fondo, ci somiglia.

21 Feb 2019
Senza Social 5 giorni? Tra i sintomi di astinenza si legge persino un libro

Proprio così, in un liceo pavese hanno voluto provare l’esperimento che ha coinvolto 503 studenti del liceo Cairoli. Ci hanno provato in 43 e ce l’hanno fatta solo in 8.

La prova è stata dura e consisteva nello stare completamente senza social per 5 giorni.

Tra i racconti degli studenti sopravvissuti all’esperimento, si riporta che dal secondo giorno hanno cominciato a sviluppare dei “sintomi di astinenza”- ovvero senso di isolamento dal non poter inviare messaggi e dal non poter controllare i “like” su Facebook e Instagram.

Ma gli effetti più strani derivano dal non dovere/potere più “postare” sulla pubblica piazza mediatica la propria vita privata.

Per comunicare sono stati costretti al vecchio stile: la chiamata telefonica e c’è stato persino il ritorno al suono del campanello di casa –  ormai caduto in disuso.

Ma la notizia più incredibile è che questi ragazzi non solo non sono morti;

sul finire del quinto giorno hanno scoperto di aver interagito personalmente con persone con cui prima si sentivano solo via chat, hanno studiato il doppio in metà tempo e pensate un pò, hanno trovato persino il tempo di leggere un libro. Non un e-book, un libro di carta!

Fosse anche solo per un libro, varrebbe la pena provarci tutti…