14 Mar 2019
Se parlo con Dio sono un buon religioso ma se Dio parla con me sono uno schizofrenico?

Si, sentire le voci pare sia caratteristico della schizofrenia, ma è anche presente nell’allucinosi alcolica, in alcune psicosi, in disturbi organici come danni celebrali, durante intensi stati febbrili, talvolta come effetto di talune droghe psicotrope e conseguenza di altri stati modificati di coscienza come la trance, l’ipnosi e crisi mistiche.

Le voci possono manifestarsi anche in condizioni prolungate di deprivazione sensoriale, dopo lunghi periodi di solitudine, a volte sono fedeli compagne presenti nell’infanzia sotto forma di amici segreti o immaginari.

Oggigiorno il fenomeno dell’udire voci (termine preferibile ad allucinazioni uditive) viene accostato troppo frettolosamente alla psicopatologia, tuttavia la Storia ci insegna che forse è il caso di allargare la prospettiva.

Le antiche teocrazie mesopotamiche erano fondate sull’autorità della voce divina mediata da profeti, a testimonianza che, udire voci, non solo era un fatto comune ma anche ricercato. Anche nella Grecia del 400 a.c. la trance oracolare era un fatto istituzionale ampliamente valorizzato.

Il noto psicologo Julian James, addirittura pensa che vi sia stato un tempo in cui l’udire voci era un esperienza umana abituale e che il fenomeno rappresenti oggi un residuo evolutivo. Insomma, nulla di nuovo confronto a Madonne e Cristi parlanti di ieri e di oggi.

Nell’esperienza religiosa occidentale sentire le voci era funzionale alla premunizione, alla guida e all’esortazione del messaggio religioso, con la differenza che le voci “sacre” mai sono state attribuite alla follia, quelle a contenuto non religioso erano invece considerate  l’effetto del demonio prima , poi (ma ancora oggi) della pazzia.

Ma veniamo ad oggi: l’udire voci non risulta essere una caratteristica esclusiva dei pazzi- della cosiddetta schizofrenia. Si tratta piuttosto di una disposizione presente in molte persone e latente in altre che in particolari condizioni psicofisiologiche (stress, traumi, …) attivano voci a contenuti variabili a seconda i criteri di senso e significato personali.

Sto dicendo che sono proprio i soggetti stessi, gli artefici delle loro insolite percezioni. Le voci sono il rumore del pensiero autoriflessivo che per qualche ragione dissociamo dalla nostra coscienza pensando che sia “altro da sé”.

Tralasciando la psicopatologia, la scienza assertiva e le interpretazioni paranormali, aiutare chi soffre di allucinazioni uditive senza tacciarlo di schizofrenia è possibile.

Accettarle è il primo passo per poter affrontare le voci, un modo iniziale per toccare con mano la valenza del motto: “vedi o senti ciò in cui credi”.

28 Feb 2019
Sindrome di Zelig: quando centomila è meglio di nessuno.

Nel film cult di Woody Allen, Leonard Zelig è un uomo camaleontico: cambia a seconda del contesto in cui si trova. La sua mancanza di un’identità ben precisa lo costringe ad imitare chiunque incontri – nel disperato tentativo di sentirsi riconosciuto dagli altri.

Vittima di questa strana “malattia” ancora sconosciuta, Zelig si trasforma letteralmente in funzione di chi si trova davanti. In una scena del film, essendo nelle vicinanze di un rabbino, Zelig si trasforma in esso. Poi diventa ricco in mezzo ai ricchi, povero coi poveri, nero, indiano, cinese, greco, rabbino, scozzese, francese, psichiatra, ora anche ostetrico… Nelle sue fantomatiche trasformazioni lo si vede persino accanto a Pio XI e ad Adolf Hitler, confuso nella massa che lo protegge e al contempo lo nasconde dal suo vero io.

Il bisogno della maschera come desiderio di omologazione è un chiaro riferimento a Pirandello, così come la sua disperata ricerca dell’essere che lo trascina in una spirale pericolosa dove l’omologazione di massa schiaccia ogni identità individuale.

Come sosterrà Bruno Bettelheim, il noto psicanalista che nel film interpreta il ruolo di se stesso, “Zelig è un uomo che non ha un sè né una personalità. Egli è letteralmente l’immagine proiettata degli altri, uno specchio che restituisce alle persone la propria immagine” […]

In psichiatria questa Sindrome è stata coniata proprio con il nome del simpatico protagonista (Sindrome di Zelig), per designare personalità adattivamente camaleontiche, capaci di trasformismo identitario.

Ma siamo proprio sicuri che il vissuto di Zelig sia la sintomatologia di una “patologia psichica” piuttosto che una metafora moderna della condizione umana?

Alberto Moravia ne dubiterebbe insieme a me, d’altra parte ha scritto quel capolavoro de “il conformista”.

Ad ogni buon conto il finale del film lascia ben sperare. Zelig incontra una psicoterapeuta che, con fare più curioso che medicalizzante, tenterà di ricomporre la frammentazione identitaria del nostro amato Zelig.

Tanto amato nella misura in cui, in fondo, ci somiglia.

21 Feb 2019
Senza Social 5 giorni? Tra i sintomi di astinenza si legge persino un libro

Proprio così, in un liceo pavese hanno voluto provare l’esperimento che ha coinvolto 503 studenti del liceo Cairoli. Ci hanno provato in 43 e ce l’hanno fatta solo in 8.

La prova è stata dura e consisteva nello stare completamente senza social per 5 giorni.

Tra i racconti degli studenti sopravvissuti all’esperimento, si riporta che dal secondo giorno hanno cominciato a sviluppare dei “sintomi di astinenza”- ovvero senso di isolamento dal non poter inviare messaggi e dal non poter controllare i “like” su Facebook e Instagram.

Ma gli effetti più strani derivano dal non dovere/potere più “postare” sulla pubblica piazza mediatica la propria vita privata.

Per comunicare sono stati costretti al vecchio stile: la chiamata telefonica e c’è stato persino il ritorno al suono del campanello di casa –  ormai caduto in disuso.

Ma la notizia più incredibile è che questi ragazzi non solo non sono morti;

sul finire del quinto giorno hanno scoperto di aver interagito personalmente con persone con cui prima si sentivano solo via chat, hanno studiato il doppio in metà tempo e pensate un pò, hanno trovato persino il tempo di leggere un libro. Non un e-book, un libro di carta!

Fosse anche solo per un libro, varrebbe la pena provarci tutti…

07 Feb 2019
Se la scuola di oggi educa gli adulti di domani, quale futuro aspettarsi?

Nella tradizione occidentale, insegnanti, maestri e precettori hanno sempre avuto autorevolezza e ampia libertà d’azione nel percorso di educazione degli allievi.

L’educazione, infatti, non era indottrinamento ma un processo completo di formazione della Persona.

Educazione viene da “educere” e significa “tirare fuori” ciò che è dentro. Il compito di chi educa, quindi,  dovrebbe essere di comprendere ciò che c’è dentro la Persona e aiutarla nel processo di “portare fuori” ciò che ha dentro.

Oggi ci troviamo di fronte a un eduzione intesa come una somma di dati. Tutto ciò che non è nozionistico viene escluso perché ritenuto superficiale e superfluo, e di questo l’insegnate non se ne deve occupare.

Questo modo ti intendere l’educazione appiattisce drammaticamente altre forme di intelligenza a favore di quella più funzionale a recepire un sapere meramente nozionistico.

Vengono tagliate fuori tutte le altre  intelligenze, come quelle che hanno a che fare con l’immaginazione, con l’arte perché ritenute superficiali e inutili per inserire un futuro adulto nella società della performance.

Ne consegue che tutti i bambini che imparano velocemente a leggere e scrivere siano valorizzati, mentre quelli che portano dentro altri talenti vengono lasciati indietro sentendosi spesso colpevolizzati.

Sono state progressivamente eliminate tutta una serie di discipline considerate poco interessanti come l’educazione artistica, musicale, la narrativa ha sempre meno spazio e pare vogliano far fuori anche le lingue classiche come il latino e il greco (si salvi chi può!).

L’idea di fondo non è aiutare a formare Persone che siano in grado di stare nel mondo grazie a un’adeguata educazione civica, emozionale, sentimentale,  passando per lo studio di materie classiche che stimolino il pensiero critico. Piuttosto, l’intento è di creare persone che abbiano delle nozioni utili, applicabili nel mondo del lavoro.

A questo punto l’insegnate deve trasmettere nozioni e fare in modo che gli alunni migliorino le loro prestazioni.

Questa condizione impoverisce il terreno educativo legando le mani a tutti quelle figure istituzionali che, mosse da una vera vocazione, si sentono rimproverate se escono dal ruolo per cui sono chiamate a intervenire: impartire un sapere pratico.

A questo punto diventa difficile instaurare un rapporto di autorevolezza e di rispetto reciproco tra sapiente e discente- dal momento che ogni rapporto che implichi una parte più squisitamente “umana” viene sanzionato urlando all’ideologia!

Quello che importa, è rispettare il programma e non condurre gli allievi a un percorso di autentica crescita personale.

Ebbene, vorrei dire a chi sente dentro di sè qualcosa di diverso, che non rispetta questa convenzionata normalità-  perchè non possiede abilità applaudite dalla società di oggi, che non significa che non abbia valore. Anzi.

Coltiva quel fiore dentro di te e cerca di farlo sbocciare. Se il mondo vuole essere un prato di margherite, abbi il coraggio di essere tulipano.

05 Feb 2019
Hikikomori e Solitudine: tra precaria bellezza e rifugio dal mondo

Avverto come frequente la tendenza da parte di molti esseri umani a ritirarsi dal mondo.

Anche il corrispettivo adolescenziale di questo comportamento è in ascesa: sto parlando dei famigerati Hikikomori, letteralmente “stare in disparte, isolarsi”- dalle parole hiku “tirare” e komoru “ritirarsi”. Il termine di origine giapponese – mutuato anche nel lessico psicopatologico italiano, viene usato per riferirsi a tutti coloro che vivono una condizione di isolamento estrema. In Giappone questo ritiro dal mondo può essere letto come una reazione alla società che promuove un ideale di autorealizzazione, di prestazione e di successo dagli standard troppo alti. In Giappone, dove le sfumature sono mal tollerate; o si diventa persone intergrate di successo o null’altro è contemplabile. Con questi presupposti d’eccellenza non è difficile immaginare quanti vogliano abbandonare la competizione sociale. Come?

Nascondendosi, non esistendo per la società, perché è questo che la società si aspetta da chi non adempie alle aspettative sociali. Anche l’Occidente si sta trasformando nella società della performance, dell’immediatezza, alla ricerca di un livello sempre maggiore di visibilità e benessere. E allora, come è possibile oggi ritrovare una dimensione autentica, che somigli a noi stessi senza rimanere impigliati nelle maglie di una società omologatrice dagli standard poco umani?

Me lo spiega Marco, un ex collezionista involontario di etichette diagnostiche affibbiategli dai vari servizi “per salute”. Marco decide di lasciare tutto per andare a vivere lontano dal caos. Spiegava la sua decisione come“un nuovo sistema di vita: restare fermo in un punto per radicare e approfondire dentro di me”. Marco ha scelto una sorta di romitaggio laico perché nel mondo si sentiva fuori posto, mentre ora, all’ombra della montagna magica, nel borgo alpino in cui vive, pare aver trovato la sua dimensione. Prima di allora non si era mai riconosciuto in una società a tendenza uniformante.

Gli chiedo cosa sia per lui la solitudine, e Marco mi regala una bellissima definizione:

“la solitudine è la creazione di una torretta d’osservazione finalmente a propria misura, nella quale poter superare la paura del mondo. Il segreto non è piacere agli altri, ma vivere come piace a te”. “La solitudine, aggiunge, rispetta anche un‘etica della sobrietà: meno oggetti e persone inutili hai intorno e più c’è spazio per te; meno soldi ti servono, meno puoi lavorare e vivere la vita”.

Apprezzare il suono della solitudine conduce alla verità estrema dell’esistenza, forse, ma è una faccenda da maneggiare con cura dato che è estremamente difficile rimanere in equilibrio su un abisso. Per questo la bellezza della solitudine rimarrà sempre una conquista precaria.

18 Gen 2019
Care, il modello è questo

La società contemporanea tende a proporre ideali estetici “universali” e troppe donne sono pronte a tutto per aderirvi. Così si rischia di cadere nell’ossessione e di non valorizzare gli aspetti “originali” del nostro corpo, scrive una psicologa americana in un nuovo libro. E se non vi bastano i suoi consigli, guardate certe star…

L’ossessione per la bellezza può arrivare a minacciare l’equilibrio psicofisico delle donne?
Esiste una “malattia della bellezza”? Secondo Renee Engeln, psicologa americana autrice di Beauty Mania-Quando la bellezza diventa ossessione (appena pubblicato in Italia da HarperCollins),
la risposta è sì. «Soffermarsi eccessivamente sul proprio aspetto fisico (il cosiddetto “monitoraggio del corpo”) genera effetti negativi sulle capacità intellettuali e tende a interferire con i processi cognitivi necessari a svolgere compiti difficili che richiedono concentrazione» affermala studiosa.
Sulla stessa linea anche Beatrice Bellini, psicologa e psicoterapeuta, autrice e coautrice di diverse pubblicazioni scientifiche con particolare focus sui disturbi alimentari e la psiconcologia.
«I media ei social comunicano un ideale di bellezza “universale” a cui soprattutto le donne devono adeguarsi» spiega la specialista.
«In un’epoca come la nostra di rapidi cambiamenti e molto attenta all’apparire, si è sempre più condizionati dall’immagine, di conseguenza l’impatto che la bellezza fisica ha sulla nostra vita spinge molte donne a spendere energie e denaro per la ricerca di un aspetto più gradevole».

Essere (e soprattutto sentirsi) belle è impegnativo. E costoso. Ce lo ricorda, dati alla mano, la dottoressa Engeln: «Le donne sostengono l’85 percento delle spese per prodotti di bellezza».
Ma oltre che ai cosmetici, sempre più donne si rivolgono alla chirurgia estetica, per colmare il disagio dovuto a una percezione negativa del proprio corpo. Un fenomeno che cinema e tv non hanno mancato di raccontare nei suoi aspetti più preoccupanti anche attraverso i programmi di reality surgery come Extreme Makeover–Belle per sempre, Doctor 90210 o il recente Incidenti di bellezza, in cui si tenta di porre rimedio a interventi mal eseguiti o a richieste insensate.
«Le forme del corpo sono ormai la conseguenza di un “format” estetico che regolamenta i modelli fisici accettabili e condiziona i nostri comportamenti. Il risultato? La società contemporanea è ossessionata dall’immagine al punto da cancellare la varietà dei corpi, replicando un unico e univoco ideale estetico» continua Engeln.

In qualche caso si va troppo oltre e il normale desiderio di migliorare il proprio aspetto si trasforma in ossessione. E a questo punto possono scattare «patologie legate al corpo come l’anoressia e la bulimia» prosegue Beatrice Bellini, «poiché le psicopatologie sono figlie del tempo in cui si vive: nella società post moderna assistiamo allo sviluppo anche di un altro disturbo, la vigoressia, ovvero l’ossessione per l’incremento delle masse muscolari, dove il fisico scolpito, il muscolo portato all’ipertrofia diventano la spia di una sofferenza emotiva che si cerca di compensare attraverso l’esibizione e l’ostentazione del proprio corpo».
Insomma, esagerare è sempre un rischio. Ma oggi sottrarsi alla beauty-mania è ancora possibile? Di sicuro non è impresa facile. «Bisognerebbe ritrovare la consapevolezza dei propri corpi e soprattutto (ri)trovare un baricentro che ci permetta di costruire un’identità slegata dai modelli imposti dalla massificazione» spiega Bellini.
Tradotto: accettare il proprio corpo imparando a valorizzarne gli aspetti migliori. Invece nella maggior parte dei casi si sceglie la scorciatoia, investendo tempo e denaro per tentare di raggiungere delle “chimere”. «Se ci dedicassimo invece a coltivare il “frutto proibito” della ragione, potremmo utilizzare tempo ed energie mentali per conseguire obiettivi come la parità sul lavoro, stipendi più equi, un’istruzione migliore», suggerisce la psicologa.
Se è vero che la società attuale ci spinge a omologarci, è anche vero che dallo stesso star system arrivano dei modelli positivi: persone che hanno saputo cogliere il lato originale dei propri “difetti” e li hanno sfruttati per rendersi unici.
«Personaggi come Barbra Streisand e Meryl Streep hanno avuto il coraggio di opporsi all’omologazione e le loro “imperfezioni” (un naso “importante”, un viso irregolare) le hanno rese famose», osserva l’esperta. «L’omologazione dei corpi è una grande perdita per l’essere umano perché non ne considera come un valore l’autenticità. Che è imperfetta ma può renderci liberi».

di Laura Zangarini foto di Florian sommet

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28 Dic 2018
Ho incontrato Dio sul treno delle cinque

“Ho incontrato Dio sul treno delle cinque”,

così esordisce John Keynes, un noto economista, dopo un casuale incontro con Ludwig Wittgenstein durante un viaggio verso l’Inghilterra.

Quella di Wittgenstein è la vita tormentata di un genio dall’intelligenza altissima e difficile da gestire, tanto che durante la discussione della tesi di dottorato, diede una pacca sulla spalla agli esaminatori replicando: “non fatene un dramma, so che non la capirete mai”.

Si riferiva al celeberrimo Tractatus logico-philosophicus che proponeva di tracciare il confine delle proposizioni sensate e vere.

Laureato in Ingegneria, padrone della matematica e della logica, oltre ad essere il filosofo del linguaggio per eccellenza, Wittgenstein era un mistico affascinato dalla vita monastica, Forse malato di una qualche forma di autismo, quando parlava dei suoi studi, dava le spalle al pubblico – probabilmente perchè era sempre in disaccordo su tutto con tutti.

Frequentarlo era tutt’altro che facile. Umorale e introverso, aveva diverse fobie, fra cui quella per gli insetti. Inoltre, aveva una serie di comportamenti bizzarri non facili da sopportare per chi gli stava vicino. Ad esempio, lavava i piatti nella vasca da bagno, e puliva il pavimento cospargendolo di foglie di tè bagnate che poi scopava via; camminava in un modo tanto esagitato che in un soggiorno in Irlanda i vicini gli impedirono di attraversare i loro campi, perché spaventava le pecore; Oppure, indossò per anni l’uniforme dell’impero austro-ungarico, ormai inesistente. Ma si potrebbe andare avanti a lungo.

Reduce dalle trincee della Grande Guerra e ricchissimo di famiglia, aveva rinunciato all’eredità per fare prima il maestro elementare in una località di montagna, poi il giardiniere in un convento. Ovunque andasse faceva parlare di sé per genio e stravaganza ma il suo lascito più grande resta la riflessione sul tema del linguaggio e il suo rapporto col mondo, il cui compito è quello di ricondurre le parole all’impegno quotidiano mostrandone i significati “in molteplici giochi linguistici”.

Il suo pensiero passa necessariamente attraverso le sue opere, ben intesi – di difficile lettura ma non impossibile. Basta non immaginarselo mentre ci da una pacca sulla spalla!

28 Dic 2018
Chi erano gli “scemi di guerra”

Durante e dopo la Prima Guerra Mondiale migliaia di soldati furono ricoverati per disturbi mentali: negli ospedali si trovavano reduci estraniati e muti, che camminavano come automi, con i muscoli irrigiditi. La gente li chiamava ingiustamente “scemi di guerra”. Ma chi erano davvero?

Le cartelle cliniche parlavano di “tremori irrefrenabili”, di “ipersensibilità al rumore”, di “uomini inespressivi, che volgono intorno a sé lo sguardo come uccelli chiusi in gabbia”, che “camminano con le mani penzoloni e piangono in silenzio” o che “mangiano quello che capita, cenere, immondizia, terra”.

Questi quadri clinici suscitarono subito l’interesse degli psichiatri, specialisti allora emergenti (in Italia erano stati riconosciuti ufficialmente nel 1872 ed erano diventati molto influenti a partire dal 1904, grazie alla legge che istituiva i manicomi). Su Lancet, tra le riviste mediche più autorevoli, nel 1915 lo psicologo Charles Myers usò per la prima volta l’espressione shell schock “shock da bombardamento”o, come lo chiameremmo oggi, disturbo da stress post-traumatico.

Myers ipotizzava che le lesioni cerebrali fossero provocate dal frastuono dei bombardamenti oppure dall’avvelenamento da monossido di carbonio. Ma presto fu chiaro che alla base di questi disturbi c’era qualcos’altro, dal momento che i sintomi si manifestavano anche in persone che non si trovavano in prossimità di bombardamenti.

l neurologo francese Joseph Babinski nel 1917 attribuì i sintomi a fenomeni di isteria, disturbo che si riteneva diffuso solo tra le donne (isteros significa utero, in greco). Suggerì quindi di curarlo come allora si trattava l’isteria femminile: con l’ipnosi E in effetti i trattamenti talvolta funzionavano, nel senso che i sintomi scomparivano o si riducevano. Si diffuse perciò l’idea che questi quadri clinici fossero frutto di simulazioni, messe in atto per non combattere ed essere congedati.

Il che diede il via libera all’accusa di “femminilizzazione” o di “omosessualità latente”, e a una serie di trattamenti di tipo decisamente
punitivo, come le aggressioni verbali e le “faradizzazioni”, forti scosse di corrente elettrica alla laringe (in caso di mutismo) o alle gambe (in caso di immobilità).

«Questa disciplina feroce fu messa in atto soprattutto in Italia, dove persistevano atteggiamenti ispirati alle idee di Cesare Lombroso, che classificavano il malato come un essere inferiore, un soggetto debole e primitivo», sottolinea Bruna Bianchi, studiosa della Grande guerra presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e autrice di La follia e la fuga (Bulzoni editore).

«Inoltre, in un Paese in cui la leva era obbligatoria, non si voleva attribuire alla guerra la causa del disagio psichico: meglio sostenere che il conflitto contribuiva a rivelare devianze o degenerazioni in individui già predisposti».

Anche per questo in Italia quella dei traumi psichici conseguenti alla Grande guerra fu una pagina presto chiusa e rimossa. E se circa 40.000 uomini con disturbi mentali finirono rinchiusi nei manicomi statali, una quantità ben più numerosa fece ritorno a casa e in quelle condizioni fu accolta dalle loro famiglie.

E fu qui, anche per prendere le distanze dal carico emotivo di quegli sguardi assenti e per poter ricominciare a vivere dopo il trauma collettivo dell’esperienza bellica, che la gente prese a chiamare quei giovani uomini con un termine feroce e ingiusto: “scemi di guerra”.

Fonte: focus.it

28 Dic 2018
Il codice dell’anima

Quante volte usiamo frasi come
“sono fatto/a così”, “è il mio carattere”, “sono come mia madre/padre, nonno/nonna”, “faccio così perché…”.
Resta il fatto che ancora oggi gli scienziati non sono arrivati a definire l’origine del nostro destino.
James Hillman, il noto psicologo anglo americano, afferma nel suo libro “Il codice dell’anima”:

“Se accetto l’idea di essere l’effetto di un impercettibile palleggio tra forze sociali, io mi riduco a mero risultato.
Quanto più la mia vita viene spiegata sulla base di qualcosa che è già nei miei cromosomi, di qualcosa che i miei genitori hanno fatto o hanno omesso di fare alla luce dei miei anni di vita ormai lontani, tanto più la mia biografia sarà la storia di una vittima”.

Sarà una realtà scomoda, faticosa,
ma siamo noi i generatori del nostro destino.

28 Dic 2018
Quando hai la febbre alta

La malattia può rivelare la desolazione e i “deserti dell’anima, ma può anche essere occasione di grazia, scriveva Virginia Woolf.

Il mondo ci richiede di essere veloci, efficienti, competitivi e produttivi. Una modernità questa, che taglia fuori tutto ciò che non è monetizzabile.
Nessuno ha più il tempo di soffermarsi a guardare il cielo, il sole, la natura…
Eppure siamo umani!

In un celebre saggio della fine degli anni ’20 dal titolo “Sulla malattia”. Virginia Woolf si chiede e ci chiede se quando siamo malati: la malattia ci accade, ci cade davanti o siamo noi a caderci dentro?
Quando ci ammaliamo sembra che le maglie del mondo improvvisamente non tengano più, quello che eravamo ieri ci sembra di non esserlo più e nello stato alterato della febbre, della tristezza o della paura iniziamo a farci le domande nuove, a ricordare fatti che pensavamo di aver dimenticato, percependo la vita in una maniera alterata, al tempo stesso, distorta rispetto a quando siamo immersi nella routine, ma per qualche ragione più vicina alla Verità.
Scrive a tal proposito Virginia:

“Con la malattia la simulazione cessa. Appena ci comandano il letto, o sprofondati tra i cuscini in poltrona alziamo i piedi neanche un pollice da terra, smettiamo di essere soldati nell’esercito degli eretti; diventiamo disertori. Loro marciano in battaglia. Noi galleggiamo tra i rami nella corrente; volteggiamo alla rinfusa con le foglie morte sul prato, non più responsabili, non più interessati, capaci forse per la prima volta dopo anni di guardarci intorno, o in alto – di guardare, per esempio, il cielo”.

Quella che certamente è una “disgrazia”, la malattia, si rivela anche per certi versi uno stato di grazia, un cambiamento di postura e di prospettiva che modifica la nostra percezione del reale e che ci dà la possibilità di guardare dove non abbiamo guardato e dove gli altri, gli eretti, vigili, indaffarati, ossessionati dal profitto, non hanno occasione di guardare.

Vista così, la febbre può rappresentare un’opportunità per essere più lucidi.