10 Apr 2024
Il romantico delirio di un Cavaliere solitario
La differenza tra Don Chisciotte e i rivoluzionari è essenziale: il primo carica sulle proprie spalle il costo proibitivo dei suoi sogni solitari, i secondi invece li riversano sugli altri, anzi pretendono che gli altri facciano i loro stessi sogni e li vadano ad abitare. E quando il sogno si oppone alla realtà, tanto peggio per la realtà. In questa differenza c’è tutta l’abissale distanza tra la magnifica, solitaria e disperata grandezza dei cavalieri che vivono e muoiono del loro ideale nel loro romantico delirio e la feroce, messianica ideologia dei rivoluzionari che impongono al mondo la pretesa di uno schieramento alla propria causa.
Certo, anche fra gli utopisti rivoluzionari vi furono nobili sognatori, martiri dei loro ideali; ma quando i rivoluzionari puri vanno al potere sono più crudeli e intransigenti dei rivoluzionari impuri, suscettibili alla
corruzione e al compromesso con la realtà. Perché ogni assoluto trasferito in terra produce mostri, tiranni, violenze, regimi totalitari. Invece i sogni rimasti nella sfera ideale e singolare si traducono in creatività, opere d’arte, figure letterarie. Uno rappresenta il sentimento tragico della vita, gli altri il risentimento tragico della storia. Un plotone di Don Chisciotte farebbe paura; invece un Cavaliere solitario e anacronistico, fuor di senno e di tempo, accompagnato solo dal suo fido scudiero e da un grappolo di sogni e allucinazioni, suscita un nugolo di sentimenti: riso, tenerezza, pietà, compassione. La solitudine è la sua follia ma è anche la nostra salvezza. Il suo irrealismo cavalleresco lo destina alla sconfitta storica e alla gloria letteraria.
E’ a loro che dedico la mia vita professionale. A tutti i Sisifo e i Don Chisciotte che ho poche occasioni di incontrare in questa modenità priva di nobili slanci ma molte nel mio lavoro come clinica. La verità per loro si dissocia dalla realtà e vince sulla menzogna tramite una follia gentile. La follia qui è salvifica per coloro che rivendicano la verità dei propri sogni che infrangono la realtà resa cupa da un tragico destino assegnato.
28 Mar 2024
Il confine sottilissimo tra sciamanesimo e psicoterapia

Dagli aborigeni dell’Australia ai nativi dell’America settentrionale, dall’Iran alla Siberia fino alla Mongolia e oltre, non c’è territorio della religiosità tradizionale al quale non possa essere applicata la nozione di sciamanesimo. Lo sciamanesimo è un concetto presente in tutte le lingue ad esempio dall’inglese shamanism oppure dal francese chamanisme. Esso non esiste di concreto, è un fenomeno che alcuni definiscono tecnica spirituale o psichica, per altri “un modo di vita”.

Gli sciamani sono collocati originariamente nell’epoca mongola e il loro potere scende dal cielo e il sovrano è per un certo senso dipendente dallo sciamano che è in contato diretto con il cielo e i suoi abitanti. Essi sono maestri della divinazione, e alla funzione divinatoria è collegata quella magica di interventi fenomeni naturali, sia quelli che riguardano il clima, sia quelle che toccano la vita dell’uomo. Hanno un ruolo sacerdotale di conservazione di immagini degli dei, purificazione del fuoco e sdoganare ogni tipo di beni.

Il potere sciamanico si acquisisce grazie a un’iniziazione che spesso consiste non solo in una simbolica morte e rinascita, ma in una vera e propria esperienza esoterica di smembramento e ricomposizione del corpo del novizio che ricorda antichi miti cosmogonici dove la genesi dell’universo strutturato è dovuta al sacrificio di un gigante primordiale. Il percorso è, per il candidato, drammatico e doloroso, ma lo porta a sperimentare e dominare i segreti delle energie che muovono il cosmo.

Rientrato dalla condizione della trance, che non è esente da rischi anche mortali, lo sciamano può così fungere da oracolo, interpretando per la comunità passato, presente e futuro, ma soprattutto esercitando le sue competenze di guaritore e terapeuta. Da questo punto di vista, egli è anche il ricettacolo delle conoscenze mediche e spirituali e psicologiche che una cultura determinata ha saputo individuare nel proprio ambiente naturale. Lo sciamanesimo è dunque connesso sia con la medicina, la psiche ma anche con la religione.

Non può, quindi, uno psicologo esimersi dallo studio dello sciamanesimo per capire le logiche sottese all’influenzamento umano. Più di tutti, un terapeuta ha sfruttato queste logiche “apparentemente magiche” per far fruttare i cambiamenti in psicoterapia. Su Milton Erickson, lo psichiatra e psicologo americano soprannominato “lo sciamano di Phoenix“, è stato scritto così tanto che sembra difficile poter aggiungere qualcosa di nuovo. Tuttavia, quasi tutti i testi relativi al lavoro del massimo ipnotista della storia recente si sono occupati delle sue tecniche di ipnosi e/o degli sviluppi della psicoterapia derivati da esse, oppure delle sue straordinarie capacità percettive e comunicative, che sono state analizzate sistematicamente fino ai dettagli più minuti della microdinamica comunicativa ipnotica.

Il fascino della sua cura e delle sue parole è che ti portava nell’altrove; in quell’altrove dove è possibile al paziente trovare la chiave della vita, la luce dell’Essere o la favola per trascendere dalla vita stessa, immaginare altri mondi e sognare altre dimensioni, altri destini. E a fianco a questo cammino, la dolce magia dei ricordi che possono essere, per dirlo con un linguaggio più alchemico, condanna o liberazione di destini sfortunati.

L’aspetto che interessa della sua pratica sinora poco studiato è l’inusuale capacità di pensare in modo anticonvenzionale e di applicare le proprie originali e “atipiche” intuizioni alla pragmatica dell’interazione terapeutica. Che si trattasse di ristrutturare un aspetto della realtà facendone risaltare gli aspetti positivi altrimenti invisibili, o di distrarre l’attenzione da un elemento patogeno per portarla su qualche altro aspetto utile al funzionamento del paziente, Erickson esprimeva sempre la sua sconcertante capacità di adottare un “pensiero divergente”.

Con le parole di Erickson: “Le cose inaspettate aiutano sempre. Non fate mai le cose che gli altri si aspettano facciate”.

Erickson, nella solitudine del suo lavoro pionieristico e inizialmente osteggiato dalla scienza accademica, è riuscito a fare dello stratagemma e dell’astuzia un’arte e una scienza: appropriatosi di quella conoscenza pragmatica della natura umana e delle tecniche di controllo dell’attenzione che, da sempre, sono patrimonio dei “sensitivi”, degli uomini-medicina e, a un livello estremamente raffinato, dei prestigiatori, le ha travasate, dotandole di uno sterminato corredo di rigorosi riscontri scientifici sperimentali, nel nobile settore della cura della sofferenza umana. Quasi a suggellare l’idea che è possibile aiutare chi soffre anche utilizzando queste armi che sono diffuse universalmente da quando esiste l’uomo, Erickson ebbe a dire una volta: “In realtà, la vita è tutta una grande manipolazione”.

Basterebbe questo a dimostrare l’originalità e la creatività di Milton Erickson, un uomo la cui grandezza attende ancora di essere del tutto compresa.

17 Nov 2023
Se ti droghi la neurofisiologia non basta

Il comportamento umano, e a maggior ragione quello che definiamo riduttivamente tossicodipendente, appartiene a molteplici domini della conoscenza e nessuna disciplina per quanto evoluta può imporre i suoi metodi come unici ed esclusivi. Metodi che nella maggioranza dei casi trasformano ogni devianza, trasgressione e diversità in patologia. L’uso e abuso di droghe ci pone invece di fronte a problemi che non possono essere affrontati solo con il sapere farmacologico e l’interpretazione dello psichiatra, nè tanto meno con un approccio organicistico che tratta la tossicodipendenza come “difetto di un cervello da sistemare”.

Non è possibile infatti rinunciare a configurare l’agire umano, anche quello dei “drogati”, senza considerare il sistema di credenze, intenzioni, movimenti, sentimenti, aspirazioni, attese e tanto altro. La comprensione del mondo costruita da coloro che sono sotto l’effetto di una droga richiede nella maggior parte dei casi la comprensione del loro modo di pensare ed agire. I pregiudizi dati dal considerare il tossicodipendente come un’entità clinica oggettivata dalla sua devianza impediscono la comprensione dell’immaginario di chi fa uso di droghe.

Attorno al consumo di droghe sono nate diverse teorie e diverse modalità sia di gestione che di presa in carico del problema. L’approccio biomedico si basa sulla teoria “dell’esistenza del corpo” dove la malattia è di esclusiva matrice corporea. Di conseguenza ci troviamo all’interno di un processo che parte dall’anamnesi per arrivare alla cura, ma limitato dal punto di vista della considerazione della persona e della sua “malattia”. Tale modello, quindi, affronta il tema delle dipendenze a partire dalla classificazione fatta dall’OMS che definisce la tossicodipendenza come una malattia ad andamento cronico e recidivante, sostenendo che alla base della dipendenza da una droga vi siano anomalie, disfunzioni fisiologiche o biochimiche. Possiamo evincere che tale modalità operativa si basa solo ed esclusivamente sulla cura della malattia da un punto di vista medico/farmacologico senza considerare la persona nella sua totalità.

L’approccio biopsicosociale, invece, nasce dalla necessità di prendere in considerazione l’individuo nella sua multifattorialità, attuando degli interventi volti a generare “salute”. Di conseguenza l’approccio farmacologico e quello psico-socioterapeutico sono in sinergia. La dipendenza viene analizzata secondo diversi fattori: natura biologica (genetica, neurologica), psicologica (mentale) e sociale (contesto e relazioni). Qui la persona è posta al centro di un sistema che si occupa di molteplici variabili che interagiscono tra loro e sono in grado di influenzare il decorso della malattia. Il modello biopsicosociale, inoltre, pensa le dipendenze in termini di devianza, vale a dire che contestualizza le azioni di uso e abuso di sostanze anche come trasgressione a una norma morale socialmente condivisa. (Non dimentichiamo che un determinato comportamento se ridotto entro un quadro di spiegazione e intervento formalmente medico, talvolta, viene “sanzionato” con lo strumento della diagnosi e della cura poiché infrange norme sociali mascherate da norme biologiche). Non ribadiremo mai abbastanza che la “mente” non è l’alter ego del corpo biologico in medicina!

 Apparirà ora più chiaro al lettore che entro una cornice come quella del modello biopsicosociale si restituisce al comportamento di consumo di droghe una conoscenza che si avvicina maggiormente alla complessità del fenomeno.

Che vengano assunte come rimedio esistenziale, cura di sé, sostegno all’autoefficacia, per la trascendenza e altro, le droghe non possono essere separate nei loro effetti psicobiologici dai significati soggettivi che ogni consumatore attribuisce alla propria esperienza di consumo, riferimento importantissimo per ogni sistema d’identità.

Nel suo Paradisi artificiali, Baudelaire, riferendosi agli effetti prodotti dall’hashish, scriveva che l’effetto della droga dilata l’esperienza limitandosi a rifletterla come uno specchio che non aggiunge niente di suo. Ciò sfata il mito di un potere estrinseco alla sostanza, capace di creare dal nulla sensazioni e indurre modificazioni radicali nelle caratteristiche individuali. Accettare che la droga non produca ma amplifichi, sentimenti ed emozioni già presenti nell’individuo, significa relegare la chimica in secondo piano e sensibilizzarsi maggiormente al sistema di credenza del consumatore.

Lo capiremmo ancor di più se vi raccontassimo del nlem vore, uno stato mentale che la comunità buitista dei Fang del Gabon raggiunge sotto effetto di iboga. Ma questa storia, che non è una canzone di Battiato, ve la racconteremo un’altra volta.

 Con la Dott.ssa Elisa Piali – Psicologa delle Dipendenze

28 Set 2022
Note dal carcere
La vita di ciascuno di noi non è altro che il racconto che ne facciamo, che riusciamo a farne.
La psicoterapia infatti è prevalentemente una narrazione di re-definizione e insieme co-costruzione della realtà stessa. È un racconto in sé e per sé, una narrazione, un discorso.
Non abbiamo che parole: è tutto ciò che possiamo fare.
Che questo sia vero sempre, nel bene come nel male, nella gioia come nei drammi, lo confermano soprattutto i protagonisti della realtà carceraria. In una situazione estrema, com’è quella della detenzione in un carcere, la parola conserva il suo potere salvifico, il potere di restituire alla vita, ancora, possibili orizzonti di senso e di contenerne in sé stessa.
Mai come nelle carceri la parola assurge a strumento di emancipazione dalla claustrofobia mentale e fisica delle sbarre, delle porte blindate, degli spazi coatti. In carcere ma così come in manicomio la parola è più che mai ricerca di senso e atto di rivoluzione personale.
Sono parole nate da futuri non avverati che si trasformano, per ciascuno, in nuove possibilità, in nuove attese, in nuove speranze.
E non a caso il sentimento ricorrente più di ogni altro, in questi contesti, è la speranza, ponte che tiene legate la dimensioni del ricordo passato e la costruzione del futuro come evasione dall’ergastolo delle mancate possibilità. Ne sono testimoni Oscar Wilde nel de profundis, la nostra Alda Merini e Maria Luisa Marsigli – di cui scriverò molto presto.
Sono sempre le parole, accordate sapientemente per cantarci dolci melodie all’anima a farci evadere dalla prigione della convinzione che la realtà sia una e irreversibile.
04 Set 2022
La privatizzazione del malessere
La malattia mentale non è mai solo un fatto privato: la diagnosi della depressione racconta ciò che provo o ciò di cui sono affetto ma non mi dice niente delle spinte storiche, economiche e politiche che hanno alimentato o generato la condizione in cui vivo.
Perché mi sento sempre inadeguato? Cosa mi spinge a ritenermi costantemente poco valido e scarsamente performante? Quali sono gli effetti sulla mia psiche se non ho tempo, risorse materiali o stabilità economica? Chi sono oltre a ciò che faccio? Non ce l’ho fatta perché non mi sono impegnato abbastanza?
Affermare che, ad esempio, la mia depressione possa avere una radice politica non significa negare le cause medico-neurologiche della patologia, ma nemmeno aderire all’ingenua convinzione che uno psicologo o un farmaco possano, con poteri sovrumani, farsi carico delle contraddizioni di un sistema che stritola le persone e ne aggrava le debolezze. Politicizzare la malattia significa non accontentarsi di resistere o di anestetizzare i problemi, ma rileggerli nella loro sfera multidimensionale, che comprende cause ed effetti di natura tanto individuale quanto, appunto, collettiva.
Concepire la malattia mentale come un solo problema biochimico offre una sponda allo status quo, perché alimenta il circolo vizioso della privatizzazione sistemica della patologia stessa e alla sua progressiva depoliticizzazione (anche l’arretramento della spesa pubblica nella Sanità, con un nemmeno troppo sottile messaggio che suona come “Arrangiati e pagati i tuoi mali” fa parte della stessa produzione ideologica). La privatizzazione del malessere trasforma la malattia mentale in un’anomalia esterna al ciclo economico e sociale in cui viviamo, legittimando i processi e i meccanismi che invece ne caratterizzano l’ossatura.
Stare male in un sistema malato è devastante, nella misura in cui la corsa al profitto rende gli individui che necessitano di una pausa delle zavorre alla crescita. E quindi, per loro natura, a rischio di esclusione sociale. Come degli scarti….
Cosa vorrei? Vorrei essere infelice in una società che metta la felicità al primo posto, in cui la mia identità non sia un’emanazione del mio valore produttivo, in cui il mio benessere sia anche e soprattutto collettivo. Ovvero un sistema in cui le cause sociali del malessere siano centrali nell’equazione che regola l’iniziativa politica e non derubricate al solo status di “esternalità negative del processo economico”, come invece accade oggi.
di Alessandro Sahebi
18 Ott 2021
Un volontario fine vita

Nonostante la prevenzione al suicidio sia uno dei temi più rilevanti e complessi nelle agende di chi si occupa di salute mentale, in Italia non ci sono dati aggiornati su questo tema. Dal 2017 a oggi non si trovano statistiche ufficiali sulle persone che si sono tolte la vita, nemmeno riferite al 2020, anno particolarmente difficile. I dati Istat più recenti arrivano al 2017, e parlano di 4 mila suicidi l’anno in media negli anni precedenti alla pandemia e la cronaca è sempre più fitta di casi di questo genere.

Come testimoniano i media, il suicidio è certamente il più violato fra i tabù e rimane nondimeno la percezione di uno scandalo, un gesto inaccettabile. Il diritto lo ha giudicato per molto tempo un reato, la religione lo considera peccato, la società lo rifiuta giustificandolo con la follia o la tanto inflazionata “depressione”. Sarà infatti proprio la psichiatria a sottrarlo, in parte, all’influenza della legge, interpretandolo come evento patologico. È possibile quindi guardare al suicidio da diverse posizioni e ognuno di questi punti di vista si riconduce ad una posizione etica da cui deriva un giudizio nei confronti del suicidio.

Eppure un suicidio non è un omicidio delegato, non ha un killer, un mandante e non è nemmeno colpa della società. Altrimenti quasi tutti i suicidi avrebbero un sicario (salvo chi si uccide perché è un malato terminale o altre eccezioni). Chi si ammazza per l’amore deluso o tradito, è stato ucciso da chi lo ha lasciato? Chi si suicida perché è stato licenziato è stato ucciso da chi lo ha licenziato? Chi si suicida perché la sua impresa è fallita, è stato ucciso da chi ha determinato la situazione di crisi? La causa principale dei suicidi non è nemmeno colpa di quello fatto, di quello non fatto o di quello che si sarebbe potuto fare: è la fragilità, la mancata sovrapposizione tra aspettative e realtà, tra ambizioni e risultati; ma è anche per l’assenza di punti saldi di riferimento, l’abbandono o la perdita degli affetti principali.

Non è possibile assistere ogni volta che una persona si suicida alla caccia all’assassino e alla trasfigurazione del suicida in vittima di qualcuno o qualcosa: l’episodio antecedente, il messaggio sul telefonino, il filmino delle ore precedenti… Le motivazioni di chi si uccide non possono essere ridotte a questo banale schemino: “suicidio-depressione”, “suicidio-problemi finanziari”, “suicidio-problemi amorosi”…C’è sempre un movente cupo e profondo, invisibile a chi lo conosceva solo superficialmente e che magari credeva di conoscerlo bene in virtù di qualche scambio relazionale superficiale.

Il disagio ha radici più lunghe, più oscure e più ramificate e se scavate tra le persone che si sono suicidate troverete tormenti meno banali di un episodio di bullismo, un litigio, problemi finanziari o famigliari. Il problema risale alla propria condizione umana e non semplicemente al teatrino dei media che mette in prima pagina un capro espiatorio fantoccio; è un problema che risale alla propria vita e alle sue lacerazioni e non si risolve additando un colpevole, magari una categoria diagnostica.

Un occhio poco allenato alle vite dell’altro non intuisce quanti drammi, quanta fragilità e quanti abissi di perdizione hanno attraversato chi ha compiuto l’ultimo gesto. Bisogna avere più rispetto per i loro drammi,  per la loro storia e per il loro tragica scelta. Una persona è un intreccio di piani, di desideri inevasi, di vite mancate o subite. Chi decide ti togliersi la vita ha una storia interiore e una esteriore che spesso non coincidono. Non siamo esseri privi di intenzionalità, anche di decidere ciò che offende la morale comune.

Ecco perchè è più facile andare in cerca dei colpevoli che hanno traviato il destino di “un uomo felice” aprendo subito la caccia per trovare il mandante dell’assassinio. Ma il mandante non è un deus ex machina, il killer è dentro di noi; dentro a quell’involucro misterioso che James Hillman chiamerebbe “anima”, e che “oscura la mente, incrina il cuore e arma la mano per il gesto mortale”. Abbiate pietà di lui e di chi lo piange, anziché cercare vendetta o spiegazioni inutili in quanto postume – poichè come diceva Sartre: “L’unica persona in grado di comprendere una morte è la persona che è morta”.

12 Lug 2021
Louis Wain e i 1000 volti dei suoi gatti psicotici

Louis Wain (1860-1939) era un pittore inglese nato con una deformazione del volto e per tale motivo fu consigliato ai suoi genitori di non mandarlo a scuola fino a quando non avesse compiuto l’età di dieci anni. Ciò non gli impedì di iscriversi alla London School of Art in cui, successivamente, ricoprì anche il ruolo di insegnante di materie artistiche, seppur per un breve periodo di tempo.

A 23 anni infatti, sposò Emily di 10 anni più grande e andò a vivere con lei a nord di Londra. Ma ben resto la moglie si ammalò di cancro e morì ad appena tre anni dal loro matrimonio. Durante la malattia Emily trovò conforto nella compagnia di un gattino randagio bianco e nero, chiamato Peter, che i due sposi avevano accolto una notte sentendolo miagolare sotto la pioggia. Da quel momento Wain scoprì il soggetto che avrebbe caratterizzato tutta la sua carriera ma purtroppo Emily muore prima di vedere realizzato il progetto artistico con protagonista il loro gattino. Fu da quel momento che Louis, probabilmente per contrastare la disperazione, cominciò ad avere una visione della realtà tutta sua.

Da quel momento sviluppò una nuova visone dell’arte confezionando non convenzionali prodotti d’arte che differiscono considerevolmente dal loro usale modo d’espressione. I drammatici cambiamenti della percezione che accompagnarono questo suo cambiamento stilistico sono chiaramente raffigurati da una serie di ritratti di un gatto che mostrano tutte le transizioni, dalle rappresentazioni realistiche dell’animale a disegni geometrici e astratti che hanno uno scarso legame la realtà ontologica.

Ma cosa succede “nella testa” di chi vive insolite esperienze estetiche ed intuizioni diverse che alterano la natura del processo creativo? Durante un episodio di allucinazioni (che si possono indurre anche spontaneamente in molteplici modi), non occasionalmente, i soggetti esperiscono la crescente geometrizzazione della realtà e la progressiva disintegrazione del colore e della forma. La messa a fuoco dell’occhio è piuttosto difficile, i contorni degli oggetti sono percepiti confusi. Tutto appare in un movimento ondulatorio, e gli oggetti inanimati sono frequentemente descritti come se si animassero. Un cambiamento percettivo caratteristico è la geometrizzazione dei volti umani, soprattutto degli animali e degli oggetti. Chi sperimenta tali cambiamenti propriocettivi riferisce una percezione cambiata nella comprensione della propria arte e di quella altrui sviluppando empatia verso di loro. Il campo visivo diviene sempre più offuscato e si restringe progressivamente. L’area percepita perde i suoi punti di riferimento spaziali e logici con il mondo circostante e diventa un microcosmo esperenziale autonomo.

Sebbene non sia mai stata diagnosticata ufficialmente, si crede fosse stata la schizofrenia ad aprire la porta su forme e colori astratti, lontani dalla realtà. La controversia sulla malattia mentale si accese quando la concezione del modello schizofrenico fu attaccato da psichiatri di orientamento fenomenologico e rigettato dalla maggior parte di clinici sensibili che compresero essere inappropriato etichettare le visioni dell’artista vittoriano come psicotiche. Altra opinione diffusa tra i critici circa la natura dei gatti psichedelici o astratti è considerarli semplicemente espressione della ricerca condotta dall’artista verso nuove possibilità percettive sperimentando tecniche di allargamento della coscienza dove potesse trovare risposta alle domande inevase della vita.

Nel 1924, quando le sue sorelle non poterono più far fronte al suo comportamento alterato a alle sue stramberie fu ricoverato in manicomio dove passerà il resto dei suoi giorni fino alla morte continuando a disegnare gatti umanizzati: gatti che versano il tè, che giocano a golf, gatti intenti a leggere o a giocare a palla, gatti seduti comodamente a discutere, gatti che maneggiano dell’uva, gatti che addirittura fumano il sigaro seduti a tavola e gatti psichedelici dipinti come quando si è sotto effetto di mescalina. Insomma, gatti in tutto e per tutto antropomorfi. Questi animali erano l’espressione vivida e a lui rassicurante di un mondo idilliaco, e in qualche modo a sfondo onirico che di certo l’internamento manicomiale non ha aiutato l’artista a integrare le sue esperienze interne nella vita quotidiana.

Wain si impegnò attivamente tutta la vita con molte associazioni benefiche a favore degli animali in generale e dei gatti in particolare – all’epoca disprezzati in Inghilterra continuando a circondarsi di quegli animali che furono la sua unica forma di auto-terapia.

Le serie dei suoi dipinti oggi sono comunemente usate nei libri di psicologia per dimostrare quello che si ritiene essere il mutamento del suo stile al deteriorarsi delle sue condizioni psicologiche. Tuttavia, ho la netta convinzione che la sua ricerca estetica del proprio modo di percepire fuori dall’ordinario (è lì che sta l’arte, non la malattia mentale) fosse a lui funzionale per ricevere lo stesso conforto che cercava e otteneva sua moglie Emily dal loro gattino Peter. Possiamo infatti considerarlo anche il precursore della pet therapy.

29 Giu 2021
I Test e la banalizzazione dell’Altro

Che la psicologia non sia messa bene epistemologicamente è noto. Sia per la natura di ciò che studia sia per l’inclinazione umana a costruire pseudo-fatti per difendere teorie a cui si affeziona per poi usarle tautologicamente per spiegare (e guarire) presunte “malattie mentali”. E poco importa – citando Hegel “se i fatti non si adeguano alla teoria, allora tanto peggio per i fatti”. Per forma mentis (ereditata erroneamente dalle scienze forti), come categoria, siamo refrattari a formulazioni complicate seppur cercando di catturare l’oggetto di studio le cui trame sono fitte varietà comportamentali figlie della soggettività. Sto parlando delle “scienze” psicologiche e di quelle psichiatriche che vanno sempre più attestandosi sul versante biologico-naturalistico e sempre meno sul versante propriamente umano, anche se l’uomo continua ad essere l’oggetto specifico della loro competenza. Come se dati statistici e di testistica possano aiutare a capire cosa passa nel vissuto dell’Altro – anche se rassemblare dati grezzi o somministrare test, per quanto donino un’immagine di scientificità e professionalità allo psicologo, poco ci dicono di ciò che presumiamo misurare.

Questa fiducia cieca nella scienza è nutrita appunto dall’affidabilità della metodologia della ricerca e il suo effetto sulla realtà. La diagnosi, quindi, sempre ambigua è suscettibile all’interpretazione, viene usata come strumento di avvicinamento al sapere specialistico ma allo stesso tempo è anche un modo per connotare moralmente l’Altro. Oggi, dilaga una un modus operandi che guarda ai sintomi e prescrive i farmaci senza minimamente preoccuparsi di “cosa ci sia dietro i sintomi (di una “depressione” ad esempio) e di come ogni paziente viva attraverso la sua soggettività modi d’essere per così dire alternativi a una norma. A differenza di quanto accade in medicina, infatti, in psicologia i sintomi non sono dati oggettivi, ma esperienze vissute che hanno una dimensione narrativa e storica, quindi più vicina alle scienze “umane” che a quelle “esatte”.

Ma esiste un sapere capace di scavare dietro il sintomo e di entrare in comunicazione con i vissuti di chi soffre? Esiste e si chiama Psicoterapia costruttivista (fenomenologica, interazionista…), atta a comprendere il disagio mentale dal punto di vista psicologico, al di là di quanto si possa apprendere dai corsi di anatomia, biologia, neurofisiologia, statistica, teoria e tecniche dei test. Contro questo modo di fare psicologia e psichiatria, in Italia conducono la loro quasi solitaria battaglia psichiatri come Eugenio Borgna, Piero Cipriani e sempre più studiosi di materie umanistiche che non vogliano comprimere e pietrificare nelle definizioni psichiatriche stati d’ animo fluttuanti e mutevoli, esperienze vissute, ferite inferte e subite che sembrano allontanare chi ne è afflitto da una “norma” che resta comunque e sempre complessa e astratta (quindi non misurabile). Secondo questi illustri pensatori, infatti, non si fa diagnosi e cura se si trascura quel tratto specifico dell’uomo che è quello di essere in perenne comunicazione con sé e con gli altri (interazionismo), per cui in ogni dialogo, in ogni colloquio siamo aperti al mondo degli altri e al nostro mondo interiore nella loro continua e dialettica volta al cambiamento di entrambe le parti (paziente e terapeuta).

Iniziare una conoscenza, seppur provvisoria con il grimaldello delle diagnosi “oggettive” e con cure esclusivamente farmacologiche, significa spegnere non solo il dialogo, ma svuotare di ogni significato il disagio dell’Altro. Senza colloquio c’è il misconoscimento della soggettività e certamente non è possibile restaurare la soggettività, sempre cercata e sempre perduta, con pratiche terapeutiche che non hanno in vista il soggetto, ma solo il sintomo e il disturbo sociale che crea. Sin-tomo è parola greca che significa “accadere insieme”. Insieme al sintomo accade un vissuto soggettivo che la psicoterapia dovrebbe cercare di “comprendere” mentre le psicologie a orientamento naturalistico si affannano a “spiegare” con il metodo della scienza e della natura, ottenendo come risultato una fotografia che nulla restituisce della fluttuazione dei vissuti dell’Altro inteso solo come oggetto, tuttalpiù soggetto ma sperimentale.

Per questo occorre essere “in relazione”, “essere in dialogo” anche se, come già scriveva Kafka: “prescrivere ricette è facile, parlare con la gente è molto più difficile”. Difficoltà intrinseca alla natura utopica della soggettività (mai riducibile a schemi o protocolli) perchè oscilla intorno a quel limite che si muove tra il comprensibile e l’incomprensibile. Si potrebbe cominciare dall’ascoltare, che non è una conseguenza che deriva dal parlare insieme, ma ne è piuttosto il presupposto. Quando accade di sentirsi ascoltati per davvero, accade un’esperienza che tocca in profondità e può innescare cambiamenti reali nella vita di un essere umano. Molti parlano, pochi lasciano parlare, quasi nessuno ascolta…Eppure sarebbe proprio questo il compito dello psicologo, no?

13 Apr 2021
Miracolo! La varietà delle verità delle esperienze religiose

Parlare di miracoli è un terreno minato in quanto vi è costante la possibilità di essere fraintesi e di offendere la sensibilità di chi crede; ma preciso immediatamente che non si vuole in alcun modo mettere in discussione la fede di chi crede: si cerca soltanto di analizzare il fenomeno e il loro manifestarsi dal punto di vista psicologico.

In Italia circa il 15% della popolazione italiana non è credente. Di contro ci sono migliaia di persone che credono nei miracoli: luoghi di culto come Medjugorje, di Lourdes e di Fatima attirano decine di migliaia di fedeli nel mondo sostenuti dal mito delle apparizioni. Parlare di miracoli in Italia significa riferirsi a un fenomeno che culturalmente e storicamente è per lo più cattolico che per visione si intende una comprensione immediata, chiara, diretta e sentita come indubitabile della presenza di Dio o di un fenomeno soprannaturale. Kenneth Woodward, esperto di questioni religiose, nel suo “La fabbrica dei santi” afferma che i miracoli sono sempre esistiti all’interno della tradizione religiosa o di un determinato “costrutto sociale”. Il Buddismo ad esempio riconosce le visioni del principe Siddartha e le sette ebraiche riconoscono le capacità “magiche” di guarigione di alcuni rabbi.

Oggi, alle soglie del terzo millennio, come secoli fa, la gente vuole ancora miracoli. Si pubblicano dispense dedicate alla vita dei profeti con videocassetta. I più diffusi settimanali italiani dedicano servizi a chi si dice in contatto con l’aldilà. Ogni tot si ha notizia di un nuovo veggente al quale la Madonna comunica messaggi. I miracoli classici sono un business che non conosce crisi. La frequenza di questi fenomeni, ci impedisce di negarli e dal non volerli analizzare, basti pensare a John Nash interpretato da Russell Crowe nel film Beautiful Mind. Il matematico ebbe esperienze molto simili a queste di tipo religioso, ma essendo i contenuti diversi, non di enti sacri come madonne ecc., venne diagnosticato schizofrenico. Lui stesso in un’intervista rispondendo una domanda sulle sue allucinazioni rispose. “è molto pericoloso ammettere di sentire delle voci o di avere delle visioni – a meno che si tratti di cose religiose” – perché il quel caso verrebbe preso come un fenomeno di santità. Un’affermazione che riconduce inevitabilmente a Thomas Szasz quando affermò “Se parli a Dio, stai pregando; se Dio parla a te, sei affetto da schizofrenia. Se i morti ti parlano, sei uno spiritista; se tu parli ai morti, sei uno schizofrenico”.

In realtà, psicologicamente si tratta di fenomeno dello stesso genere. Nash cosi come i tre pastorelli di Fatima o Bernardette Soubirous hanno avuto delle esperienze psichiche che naturalmente poi interpretano dal loro punto di vista. Ed in genere coloro che hanno apparizione della Madonna, di santi o diavoli sono persone con una peculiare sfondo culturale. Se pensiamo per esempio a Bernardette o ai tre pastorelli, persone che indubbiamente agiscono sullo sfondo di un ambiente intriso di religiosità, interpretano queste esperienze secondo i costrutti di senso e di significato che gli appartengono, riferendo le cose che esperiscono alle cose che già conoscono. Le cosiddette apparizioni o “allucinazioni visive” sono il nome che diamo a una certa classe di “operazioni interattive” come ad esempio il riflesso delle relazioni che intratteniamo con noi stessi, con gli altri, con il mondo. Il risultato di questo dialogo sistemico contribuisce a costruire i diversi modi di stare al mondo attraverso la lettura di ciò che esperiamo che inevitabilmente la condiziona. Nel tentativo di dare ordine, coerenza e significato di una certa esperienza, il religioso cerca di decifrarla ricorrendo allo schema interpretativo della fede utilizzando le credenze che gli appartengono capaci di dare contenuto alle sue spiegazioni. Ciò accade perché diamo vita e presenza in maniera del tutto soggettiva alle molteplici possibilità del reale e dell’immaginato. Il modo migliore per capire le esperienze dell’altro, anche se talvolta insostenibili dalla “verità oggettiva” non dipende dall’arruolamento di opposti partiti che considerano l’allucinazione religiosa “reale” e chi un “illusione”, ma considerarla un’invenzione, una sorta di finzione discorsiva di cui abbiamo bisogno, un espediente per cercare di capire ciò che ci succede ogni volta che entriamo in relazione con una porzione del mondo (A. Salvini). E dal momento che il mondo dell’altro non può sempre assumere la forma del nostro occhio per capire il mondo dell’altro bisogna assumere il suo sguardo.

Dal punto di vista tecnico medico e psicologico, con elevatissima probabilità queste persone sarebbero catalogate sotto l’egida di qualche malattia mentale come appunto la schizofrenia. Eppure, essere dei visionari non è così facile, a cominciare dall’interpretare quello che si vede. Ciò è possibile farlo in due modi: prendendo sostanze psicoattive (e non è un incitamento a farlo), oppure andando a stimolare con degli elettrodi il lobo temporale sinistro – sembrerebbe che l’esperienza visionaria che si vive sia grossomodo simile in tutti i soggetti sperimentali. Ma ce n’è un terzo modo a mio avviso più interessante che spiega la genesi del fenomeno ed è quello che sostiene le allucinazioni e/o fenomeni di possessione come culturalmente appresi. Nei culti brasiliani come ad esempio l’umbamba, se un bambino vuole diventare medium viene incoraggiato a farlo e riceve una preparazione specifica, lo stesso vale per le sacerdotesse oracolari di Delfi. Visoni celesti o di altra colorazione possono inducersi anche durante lunghi periodi di isolamento e solitudine o avvertirle in condizioni di isolamento sensoriale. Lo stesso accade anche come possibilità di risposta a traumi di separazione o di perdita (non sono isolati casi di vedovi che dichiarano di aver sentito la presenza del coniuge morto e di averci parlato).

L’esperienza della visione è senz’altro un’esperienza reale che avviene nella nostra testa (già Gesù nel vangelo diceva “il regno di Dio è dentro di voi): quando si pensa di avere un’esperienza con l‘aldilà in realtà si sta interpretando qualcosa dell’aldiquà; dentro alla nostra testa. Il caso del cristianesimo a cui noi siamo più abituati non è l’unico, per esempio il Dalai lama, capo di una religione diversa che è il buddismo tibetano, ha messo a disposizione degli scienziati, per far fare rilevazioni mediche sulle esperienze di meditazione.  A ciò si collegherebbe tutta la psico-fisiologia dell’induzione di realtà immaginate e credute vere dal nostro cervello che tanto farebbe venire voglia di scrivere di ipnosi. Di fatto ci sono molti esempi che dimostrano come individui possano allucinare visioni, suoni, odori, se viene chiesto loro di rievocare un ricordo, una musica, un profumo anche se non fattivamente presenti.

Ma torniamo ai visionari di carattere religioso e ai cosiddetti miracolati. Codesti non si trovano in psichiatria con le camicie di forza, tuttalpiù in qualche quadretto appeso nelle case di mezzo mondo. Dietro di loro infatti c’è un’istituzione, una chiesa, passano due gradi di giudizio e vengono dichiarati santi e c’è un intercesso per dei miracoli. Ma la cosa più importante da tenere in considerazione di questa fenomenologia, oggetto di studio degli psicologi più raffinati, è l’esperienza religiosa. William James nell’800 scrisse un bellissimo libro che si intitola “Le varietà dell’esperienza religiosa” che aiuta a comprendere in quanti modi si può estrinsecare un’esperienza visiva in ciò che noi definiremmo di tipo religioso.

E come la mettiamo con le guarigioni miracolose? Ci sono effettivamente dei recessi di malattie. Nash per esempio venne sottoposto a torture come il coma insulinico per guarirlo, poi a un certo punto la sua malattia è cominciata e regredire. Oggi se gli si chiede se sente ancora le voci risponde: “Ho deciso di non sentirle più” (forse per non essere sottoposto ad altre forme di repressione). Sono casi che se avulsi dal contesto religioso, potremmo chiamare guarigioni spontanee anche se spesso avvengono in concomitanza con le cure mediche a prescindere dall’attribuzione mistica-magica che si può dare alla regressione della malattia. Ne risulta un panorama di grande interesse scientifico, perché vorrebbe dire che il corpo umano ha capacità di guarigione inattese e insperate. Non sappiamo quale sia la ragione per cui alcuni sopravvivono (effetti psicosomatici, sistema immunitario, …), ma a scoprire questa ragione, sarà la scienza a farlo. Nel mio piccolo con lo sguardo curioso della psicologia.

 

 

26 Feb 2021
I problemi sono tali poiché esistono le soluzioni ai problemi

Che cosa è un problema? Domanda che spesso diamo per scontata ma spesso quello che noi percepiamo come problema non è detto che lo sia. A questa domanda ciascuno potrà dare la sua risposta: “il problema è una situazione che mi da sofferenza”, “il problema è una situazione che mi blocca nel raggiungere i risultati” e via dicendo… Ognuno dice la sua posizione dal proprio punto di vista. E già il fatto che ci siano tante prospettive sul comprendere cosa sia un problema dovrebbe far pensare che non è semplice inquadrarlo.

Nel suo libro Change Paul Watzlawick scrisse: “i problemi esistono, poiché esistono le soluzioni ai problemi”. Quindi se abbiamo un problema è perchè abbiamo anche la sua soluzione. Parafrasando questa definizione potremmo altresì dire che “i problemi esistono poichè esistono le soluzioni”. Se non avessimo le soluzioni ai problemi, quello stiamo vivendo non è tecnicamente un problema.

Pensiamo per esempio alla cosa più naturale dell’essere umano: la morte. La morte tecnicamente non è un problema perchè non c’è la soluzione alla morte. Una malattia invece può essere tecnicamente un problema poichè possono esserci le soluzioni portate alla sua risoluzione (farmaci, cure….). A questo punto fatta questa precisazione la domanda che dovremmo porci è: “quello che sto vivendo è un problema o un fatto? Le situazioni che non hanno soluzione non sono problemi ma sono dati di fatto e con i dati di fatto possiamo imparare ad accettarli e a gestire qualcosa che non si può cambiare. Se invece siamo nel mondo dei problemi è possibile usare una metodologia specifica per risolverli.

Fatta questa premessa è ora importante porre l’accento su come orientarsi per trovare le soluzioni ai problemi. O meglio, sarebbe più saggio chiedersi dove cercarle perché le soluzioni sono da ricercarsi nelle dinamiche, nei processi che le persone mettono in atto nella relazione con se stessi, gli altri e il mondo. Eppure automaticamente davanti ad una situazione problematica ci viene quasi spontaneo porci la famosa domanda del “perché”. Che l’interesse sulle cause sia l’interesse primario, lo possiamo sperimentare quotidianamente quando qualcuno racconta una situazione problematica dove molto spesso quello che ci viene chiesto è “il perché”, “il come mai” di questo problema. Come se ci fosse un’innata credenza tale per cui ogni volta che noi cerchiamo il “perché” andando alla ricerca di una causa, questo ci fa pensare che nel momento in cui la trovo, in maniera automatica il problema svanisce.

Ma in realtà non c’è questa casualità lineare. Non è detto che se trovo la causa, automaticamente trovo la soluzione, poiché la ricerca di una causa nel passato mi fornisce tuttalpiù una spiegazione che può essere consolatoria ma non è di certo una soluzione. Prendere consapevolezza di qualcosa non necessariamente mi porta a saper gestire la realtà problematica. Cercare la causa di un problema e automaticamente ricercare “il colpevole” non è detto che mi aiuti nel momento presente. Anzi, magari mi aumenta la rabbia nei confronti del presunto colpevole, poi però il problema continuo ad avercelo. A ciò si aggiunga che tutte le spiegazioni dei problemi sono interpretazioni e un’interpretazione non mi aiuta operativamente nel momento presente a uscire dal problema.

Per capire meglio come una la ricerca del perchè non permette di trovare soluzione efficaci al problema, sempre il grande Paul Watzlawick, nel suo “istruzioni per rendersi infelici” racconta questa storiella:

Sotto un lampione c’è un ubriaco che sta cercando qualcosa.

Si avvicina un poliziotto e gli chiede che cosa abbia perduto.

«Ho perso le chiavi di casa», risponde l’uomo, ed entrambi si mettono a cercarle.

Dopo aver guardato a lungo, il poliziotto chiede all’uomo ubriaco se è proprio sicuro di averle perse lì.

L’altro risponde:

«No, non le ho perse qui, ma là dietro», e indica un angolo buio in fondo alla strada.

«Ma allora perché diamine le sta cercando qui?»

«Perché qui c’è più luce!»

Questa bizzarro aneddoto è conosciuto come “Il Paradosso del Lampione”.

Molto spesso tendiamo a cercare soluzioni a nuovi problemi nello stesso modo e mai “oltre la zona illuminata” rischiando di restare prigionieri dei “lampioni” che abbiamo nella nostra mente. Invece è importante andare oltre soluzioni automatiche, analizzando i problemi nel giusto modo e trovare le soluzioni adatte al problema (per tanto uniche) che non necessariamente sono da ricercarsi in quelle di cui abbiamo già avuto esperienza. In questo caso andare alla ricerca di soluzioni efficaci nel passato è fare come l’uomo che gira intorno a sé stesso intorno al palo cercando qualcosa che non c’è, quindi noi dobbiamo focalizzare la nostra attenzione nella ricerca di soluzioni efficaci.

Ma c’è qualcosa di più: le azioni che comunemente facciamo nel momento presente sono determinate la maggior parte delle volte dalle nostre proiezioni future e quindi potremmo dire che, in realtà, quello che facciamo nel momento presente scaturisce tutte le volte da quello e non ci aspettiamo nel futuro. Per capire meglio questa cosa vi sottopongo un test: cosa avete fatto ieri sera prima di andare a letto (tra le cose che si possono dire)? La maggior parte di noi, prima di andare a letto, compie l’azione di mettere la sveglia. Puntare la sveglia al giorno dopo nasce dal fatto che gli esseri umani hanno una proiezione futura. Ci possiamo quindi brevemente  rendere conto che la maggior parte delle cose che facciamo nel momento presente sono determinate da quello che vogliamo o ci immaginiamo di fare nel futuro; in breve la maggior parte di quello che noi facciamo è influenzata più dal futuro che dal passato.  

Guardiamo avanti anche perché siamo costruiti così: se fossimo costruiti per guardare indietro cammineremmo all’indietro, invece siamo costruiti per lavorare con le mani e guardare avanti. Quindi per trovare soluzioni efficaci è bene concentrarsi sul qui ed ora, analizzando non tanto il “perché” avete il problema ma “cosa” state facendo nel momento attuale per gestire il problema. Capire infine come funziona il problema e successivamente essere flessibili nel cambiare qualcosa di quello che state subendo è uno step fondamentale se considerate che i problemi non si risolvono pensandoli ma facendo qualcosa di diverso, evitando di rimanere fermi.