29 Ott 2019
La storia del pianista depresso riabilitato con l’ipnosi

È possibile per un pianista aprire la mano sino ad un’ampiezza di 12 tasti? La risposta è no, a meno che tu sia Sergej Rachmaninov. Anche per questa sua caratteristica unica (era un gigante di 1.96 mt che aveva due rastrelli al posto delle mani), Rachmaninov è indubbiamente da considerarsi uno dei migliori pianisti della storia. In veste di compositore ha architettato componimenti così difficili da essere proibitivi a pianisti con mani regolari poiché li limitavano nell’estensione richiesta. Il musicista di fama mondiale viene considerato come uno dei più grandi artisti russi di sempre, tuttavia l’esecuzione della sua prima Sinfonia, tenutesi a San Pietroburgo nel 1896 fu un vero fiasco – forse anche a causa della pessima direzione d’orchestra da parte di un Maestro che si narra fosse ubriaco mentre dirigeva.

L’insuccesso lo demoralizzò così tanto al punto di abbandonare la composizione per svariati anni poichè si diceva “ bloccato” e sentiva inaridirsi la sua vena creativa. Intanto il tempo passa e Rachmaninov, assai provato da quel primo insuccesso vede comunque crescere la sua notorietà internazionale come esecutore. Fu così che il pianista decide di lavorare duramente per quella che doveva essere la sua seconda grande possibilità di artista che l’avrebbe riabilitato anche come compositore. Ma proprio questo suo imperativo, accompagnato da ansia da prestazione, fece sì che Rachmaninov cadde in preda di un grave stato di apatia.

Teniamo presente che siamo a fine ‘800, la psicoterapia non è come la conosciamo oggi: Freud aveva appena cominciato “L’interpretazione dei sogni” e la stragrande maggioranza degli ipnotisti erano impostori. Poi un giorno si ritrova quasi per caso a suonare a casa di amici dove c’era anche Lev Tolsoj che gli propose una terapia basata sull’ipnosi presso il dottor Nikolaj Dahl: un medico e psicologo russo noto soprattutto come esperto ipnotista. Dahl era anche un violoncellista esperto non professionista e questo lo vantaggiò molto nel progettare un trattamento ipnotico ad hoc. Il percorso durò 4 mesi: da gennaio all’aprile del 1900 – strutturato in incontri pressoché quotidiani fino a quando Rachmaninov ritrova la verve compositiva e la fiducia persa. Dal quel momento nuove idee musicali – che avevano qualcosa di miracoloso cominciarono a muoversi dentro di lui. Ritrovata la fiducia in se stesso Rachmaninov compone il concerto per pianoforte e orchestra numero 2 che viene eseguito per la prima volta il 15 settembre del 1900 a Mosca. Il successo fu straordinario e come segno di gratitudine il musicista dedicò la composizione proprio al suo ipnotista.

L’ipnosi può sicuramente aiutare la creatività, e l’esempio di Rachmaninov rappresenta un caso storico notevole di impiego della suggestione ipnotica come supporto per fini creativi che si è dipanato tra il 1899 e il 1900. L’ipnosi può aiutare a migliorarsi, a superare dei momenti di stallo ma soprattutto come prima cosa ad attingere alle nostre più profonde risorse interiori. ….Ma badate bene, che non pensiate che l’ipnosi vi faccia suonare come Rachmaninov!

Qui sotto il Piano concerto no.2, un capolavoro senza tempo. Ascoltare per credere.

17 Ott 2019
Abbiamo bisogno di Maestri, non Influencer!

Abbiamo bisogno di Maestri oggi quando abbiamo a disposizione opinionisti, influencer, blogger, counselor e coach di ogni tipo? Questi personaggi sono sponsor pronti a guidarci negli acquisti nell’ottica di dare una direzione al nostro modo di vivere e pensare dandoci l’illusione di trovare la tanto agognata felicità. Del resto l’era dei social offre a ciascun la possibilità di un selfie per eleggersi a maestri di se stessi in una forma di auto acclamazione. Basta fare un giro nella rete per cogliere qua e là slogan e citazioni come a volersi elevare a maestri di vita.

Sembra dispersa oggi la figura del Maestro, eppure un tempo esisteva una riferimento in carne ed ossa – decisamente fuori moda dal momento che la maggior parte delle relazioni, persino quelle legate all’educazione e all’istruzione si svolge sempre più davanti ad uno schermo. Questa figura – ormai mitologica- del Maestro è uno di quei riferimenti che ci fa da guida, docente, precettore, esperto da dove ancora la vera sapienza si può attingere anche da una prossimità fisica, reale.

Un maestro è un po’ come il capitano di una nave, una guida alpina, colui che ha l’autorità e la capacità di indicarci una via… E ce la indica dall’alto perché egli possiede qualcosa in più. Egli possiede la conoscenza, la competenza, l’esperienza e anche l’autorità che è ben diverso dall’ essere dei despoti. Non sono da considerarsi maestri infatti, i profeti, coloro che salgono in cattedra per persuadere, perché un maestro non è il capo, non indottrina, anzi, è particolarmente attento alla pluralità dei punti di vista. La relazione docente-discente non è mai un luogo di oppressione ma di liberazione. È una libertà che si può indurre solo se si insegna in maniera proficua e appassionata, suggerendo la via del bene pubblico e privato – Se non altro allontanando dalla via della perdizione del non sapere chi si è. Il maestro insegna a pensare, non cosa pensare. Ci aiuta a comprendere con spirito critico e quindi a giudicare e a prendere delle decisioni in maniera autonoma.

Invece oggi che ci resta? Sono finiti i tempi dei riferimenti che forgiano le intelligenze dei futuri cittadini. A maggior ragione se si vorrà togliere lo studio del greco ed il latino dalle scuole e perchè no, anche storia dell’arte – che in questi tempi di consumo torna poco utile. Che dire allora? Meglio un corso di laurea triennale in influencer?

Io credo che proprio in un momento di spaesamento, di solitudine nella moltitudine, di mancanza di significati profondi come questo che si accusa forte l’assenza di modelli che stimolino il pensiero. E’ un pensiero che a differenza di quello suggerito da sedicenti guru alla moda non impone verità, tuttalpiù ci invoglia a cercarla.

Se ti è piaciuto l’articolo forse può piacerti anche questo libro!

Volevo solo avere tanti like – La paura di essere diversi

10 Ott 2019
La Comprensione è un’Utopia…Come la Psichiatria

È possibile attribuire allo psichico le stesse proprietà dell’organismo, vale a dire la possibilità di ammalarsi, di diagnosticarne la malattia e spiegarne le cause? In altre parole è possibile applicare gli stessi procedimenti della medicina biologica ai comportamenti umani e ai correlati processi mentali? Da quel che mi risulta non si è ancora trovato oggi un modello biologico della malattia mentale. Quali sono allora le cure per tutte quelle persone che pagano pesanti sofferenze psicologiche alla lotta per l’esistenza senza una scienza fondata che si propone di aiutarle?

Guardando alla Storia, alla fine dell’800 la ricerca di un substrato biologico della malattia mentale si era ricercato nella conseguenza di un’infezione batterica. Ne derivò l’idea che si dovesse aggredire il cervello come forma di cura e la conseguenza fu la diffusione di terapie come l’insulino-terapia o l’elettroshock per arrivare al tragico traguardo della lobotomia. Dietro queste cure disperate c’era la pericolosa illusione di aver trovato le sedi o le cause dei disturbi psichiatrici. Più tardi in un nuovo clima morale esasperato dalle ideologie eugenetiche arrivarono gli psicofarmaci considerati dagli psichiatri riluttanti “il manicomio chimico”. In questo clima di insofferenza verso l’insolito, la tesi di fondo era questa: nella vita naturale prevalgono i soggetti estremamente adattati all’ambiente e i soggetti più forti. I più deboli, secondo questa concezione cadono in qualche modo distrutti nella terribile lotta per la vita che, come dice Darwinmette fuori gioco chiunque sia fragile, chiunque sia sensibile”.

Questa nuova ecologia umanitaria si è ben presto tradotta in una gestione politica della questione psicologica e il DSM ne è la cosificazione.  Fu così che si cominciò a stabilire culturalmente cosa è giusto, cos’è sbagliato, cosa è morale, cosa immorale, cosa è scientifico e cosa non lo è, mettendolo i comportamenti umani ai voti (è in questo modo che l’omosessualità fu spodestata dal DSM come disturbo mentale). E siccome si sa, che chi cerca trova, tali incompiutezze metodologiche e scientifiche (dovute anche alla complessità del cervello) hanno portato a presupporre l’esistenza di un modello biologico sottostante una presunta malattia mentale consentendo ai cosiddetti terapeuti di millantare un accesso alla mente malata usando teorie pratiche pseudoscientifiche.

Ma facciamo fare ancora un ultimo sforzo alla ragione. Se in medicina il referente empirico appartiene al corpo, ovvero il corpo è il supporto e al contempo la sede di verifica d’ipotesi diagnostiche, la psichiatria individua il proprio referente empirico nella mente e nel comportamento. Appare evidente che ora si è proceduto a localizzare il supporto anatomico della cosiddetta malattia mentale nella mente. Ma cos’è la mente? E soprattutto dove si troverebbe? Non va sottovalutato che non v’è nulla di più astratto e non situato della mente, pertanto la mente resta tuttora una metafora – anche se di notevole potenza.

Una riflessione in questo senso sull’epistemologia (non è una parolaccia) della psichiatria può sembrare pesante, sgradita; Eppure, è proprio la discussione intorno all’ereditarietà delle malattie mentali, alle incomprensibilità e l’”inguaribilità” della follia umana ad aver alimentato e sostenuto l’azione che ha portato alla chiusura dei manicomi. In essa hanno avuto grande peso le culture scientifiche e professionali che si rifanno alla psichiatria fenomenologica e alle psicoterapie di matrice costruttivista.

C’è da interrogarsi se ciò che va sotto il nome di sintomo sia o meno il risultato di una “mente malata” o un modo particolare – seppur disfunzionale e soggettivo di cercare una soluzione e un adattamento – anche se precari. Con questo non voglio alludere che sia meglio non fare psichiatria. Si può approcciare alla cosiddetta “malattia mentale” come una diversa modalità di essere nel mondo, di  esperienze interiori e vissuti degli individui, mai sradicandoli dal tessuto esistenziale. E’ la descrizione di una psichiatria (e una psicologia) intesa come incontro col paziente. È un interesse verso l’Altro che azzarda il tentativo disperato, forse illusorio (?) e talvolta fallimentare, di intuire e di capire cosa c’è, che cosa si muove in quelli che sono gli abissi di un animo umano.

 

24 Set 2019
Quando Amore fa rima con Dolore

Si c’est fichu entre nous, la vie continue malgrè tout: se è finita tra di noi la vita continua nonostante tutto, così cantava una vecchia canzone francese. Può capitare che un amore finisca se è iniziato; spesso trascinando con sè malinconiche macerie. Il problema è come ricominciare una vita, pur non rinunciando a quella già vissuta in due, quando ricominciare significa anche ritrovare in altri un riflesso splendente di se stessi dimenticato in un passato non ancora remoto ma ormai troppo lontano. Quella sull’amore è una storia intima ma universale che racconta la disponibilità verso l’altro. E’ attraverso questa disponibilità, fatta al contempo di straniamento e scoperta, che il mondo si rinnova anche agli occhi di chi si sente finalmente amato. Ma ahinoi, amore rima con dolore, rivela la nostra innegabile fragilità, ci si perde prima dentro e poi fuori di un altro, dalla cui disponibilità dipende la nostra stessa esistenza e forse il nostro stesso senso. Essere, sentirsi amati è un riconoscimento di noi stessi tenuti in ostaggio dall’altro che quando pronuncia parole come “non ti amo più”, trafigge con lame sottilissime la ragione della propria esistenza.

Eppure, il trauma che comporta amore-dolore è solo I’inizio di un processo di conoscenza, un’indagine sul nostro essere nel mondo. Più volte ho sostenuto che amore e conoscenza sono sinonimi: vale anche per l’amore negato, poichè getta il suo sguardo sulla nostra vulnerabilità di uomini soli. E’ parimente un’esperienza che lacera la coscienza, schiaccia l’uomo privandolo di ogni prospettiva, indice il più delle volte del fallimento della parola e del pensiero e al loro posto si sostituiscono il pianto, il lamento e molto spesso il silenzio. “Date le parole al dolore, la sofferenza interiore che non parla sussurra al cuore troppo gonfio fino a quando si spezza”. Le parole del Macbeth Shakespeariano, a maggior ragione sottolineano la forza devastante che può accompagnare l’esperienza del dolore ma al contempo indicano anche la strada per non soccombere di fronte a questo predatore della gioia di vivere. E’ difficile come chiede Macbeth, dare al dolore parole che valgano per tutti e per tutte le spiacevoli esperienze amorose e non che si presentano. Che le parole possono spezzare un cuore, è vero, ma talvolta possono aprire varchi nuovi e imprevedibili nella vita di ciascuno.

A tutti sarà capitato infatti, di sentirsi diversi, quasi trasfigurati dopo la tempesta di una sofferenza personale. Il dolore non è quindi, solo un mostro che schiaccia ed avvilisce. E se l’esperienza del dolore proprio o altrui costituisce il più delle volte il fallimento della parola e del pensiero, a maggior ragione il contesto di cura deve essere un contenitore disponibile al dialogo, all’ascolto e alla ridefinizione di storie che esortano a cambiarne il finale o a scriverne altre. Eb-bene, perdere l’amore è perdersi, è dolore autentico ma presenta la sua contropartita. Come sostengono i più grandi scrittori il dolore sa essere anche maestro di vita, un educatore capace di renderci sapienti e farci ritrovare. Gli antichi addirittura sostenevano che la sofferenza è forse l’unico mezzo valido per rompere il sonno della ragione. Ma badate bene, deve essere un dolore vero, che trafigge, vissuto negli abissi del profondo, non rigettato, addomesticato o narcotizzato. Quando un dolore autentico vi pervade mente e cuore, guardatelo in faccia, meditatelo, elaboratelo, solo allora potrà essere accolto nella vostra anima e rendervi migliori.

12 Set 2019
Essere o non essere? Questo è il è il problema!

“Essere o non essere”? È forse questa la fase più famosa dell’Amleto di Shakespeare pronunciata proprio da Amleto nella prima scena del terzo atto. Si tratta di un interrogativo esistenziale del vivere soffrendo (essere) o del ribellarsi rischiando di morire (non essere).

In questo dilemma ci si interroga se sia più nobile psicologicamente soffrire gli affanni della vita o porvi rimedio annulandosi, ponendo fine, così, al dolore del cuore. In fondo chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo, i calci in faccia, le oppressioni del quotidiano, gli spasmi dell’amore, l’insolenza di questi tempi bui? Sono fardelli che rendono la vita spesso troppo faticosa per ribellarsi alle sue leggi.

Il dubbio amletico è tra i più attuali del nostro tempo: E’ forse più nobile affrontare la traversata nel mare della vita combattendo o sopportando la sorte stoicamente arrivando fino al nichilismo? Qual è la vera nobilità?

Da abitante di questo mondo mi ci sono interrogata più volte io stessa e anche i miei pazienti. Una volta lo chiesi a una persona di cui ho smisurata stima e ammirazione che di tutto punto me lo spiegò con un frase di Enzo Jannacci che, in un ‘intervista, quando gli chiesero che cosa fosse per lui la dignità di un uomo, da medico, prima che da celebre cantautore, rispose: “La dignità è la capacità di far fronte ai propri problemi”. Ma siamo sicuri che tutti scelgano di percorrere questa strada?

Il fenomeno hikikomori per esempio, è una spia di come, sempre più persone, ragazzini e non più ragazzini, scelgano di anestetizzarsi dal peso del vivere nel mondo zombico dei vivi. Sono “esseri” umani che per restare umani rinunciano all’ “essere”. Esseri senza essere, dunque, che non inseguono se stessi ne perseguono il precetto socratico del “conosci te stesso”. Al contrario, quel se stesso iniziano via via a cancellarlo, scelgono la via della disintegrazione che contagia tutto ciò che li circondano in un distaccato rifiuto delle emozioni.

Forse inabili a sostenere il grande peso di essere qualcuno, rinunciano all’imperativo etico moderno dell’essere. È la cronaca contemporanea del ritiro in se stessi di fronte agli orrori di un mondo che non ammette sbavature identitarie. È la metafora di una post-modernità sempre più interconnessa ma pericolosamente spersonalizzante che pesa sulle spalle di tutti. Eppure qualcuno non ce la fa, e di fronte alle grandi scelti morali preferisce annichilirsi piuttosto che lasciarsi imporre nelle scelte altrui che non condivide. Si tratta di un ritirarsi che è un lasciarsi andare svuotati, bombardati da modelli di eccellenza in cui la maggior parte di noi, miserabili umani, non rientriamo.

Ed è così che alcuni, in questo baratro esistenziale, scelgono di vivere una vita nascosta, come a proteggersi da una tempesta di ghiaccio silenziosa che parte dalla negazione di se stessi come strumento potentissimo di autoaffermazione. Sono scelte forti, estreme, capibili solo se ci si mette nelle scarpe dell’altro ma dalle mie comodissime Birkenstock  io vi dico che non posso che pensarla come il grande Jannacci: il coraggio di risolvere i propri problemi è la misura dalla propria dignità.

01 Ago 2019
Alan Turing: il matematico che voleva essere Biancaneve

La mattina del 1944, 75 anni fa, L’Europa veniva liberata dal nazismo. Ciò è stato possibile perché gli inglesi furono in grado di comporre messaggi cifrati falsi usando i codici segreti tedeschi. Ma la storia inizia in un giorno afoso del 1939 a Londra, quando Winston Churchill capisce che la guerra contro la Germania è ormai imminente. In gran segreto, si decide di mettere in piedi un controspionaggio per cercare di intercettare le comunicazioni nemiche. I tedeschi abitualmente comunicavano con due codici indecifrabili: Enigma e Lorenz. Questo sistema di crittografia aveva tre dischi rotanti con le lettere dell’alfabeto e una tastiera da dattilografia; ogni lettera digitata era sostituita con un’altra. Un giovanissimo Alan Turing, all’epoca ventottenne, viene nominato capo dei ricercatori impegnati nella decrittazione dei codici tedeschi. Turing, effettivamente, può essere considerato il padre della moderna informatica dei computer, senza il suo genio oggi nessuno avrebbe in mano un iPhone e Steve Jobs sarebbe un perfetto sconosciuto.

Ciò che però maggiormente colpisce – anche se rimane sullo sfondo – é la sua vita, per certi versi tragica almeno quanto quella di altri illustri logici-matematici: per esempio Godel, Nash ma anche lo stesso Wittgenstein (di cui scriverò più avanti). Turing era gay e della sua omosessualità si seppe in un tribunale quando fu arrestato. All’epoca in Inghilterra, che combatteva per la libertà dell’Occidente, l’omosessualità era un reato, anche tra adulti consenzienti. Se qualcuno sapeva che due persone avevano avuto un rapporto omossessuale, queste venivano arrestate e condannate. Turing era un grande matematico e un grande logico, tuttavia fece un errore tremendo. Avendo una vita privata un po’ simile a quella di Pasolini; una sera rimorchiò un ragazzo e la mattina al suo risveglio si accorse che a casa mancava il ragazzo e assieme a lui parte dei soprammobili.

Qui Turing fece il più grande errore di calcolo della sua vita; andrò alla polizia locale a denunciare il furto e quando gli chiesero se avesse un’idea di chi potesse essere il ladro, lui rivelò l’accaduto della sera precedente. Fu così che venne arrestato e poi processato, ma quando si arrivò al momento della condanna, qualcuno si accorse che quell’uomo era in realtà uno dei salvatori dell’Inghilterra che qualche anno prima aveva permesso di decifrare i codici nazisti. Come medaglia al valore gli fu fatta un’offerta, vale a dire la scelta tra la detenzione per scontare il suo reato o la cura dell’omosessualità. Un’idea sicuramente balzana oggigiorno ma all’epoca gli inglesi credevano che l’omosessualità maschile si curasse mediante ormoni femminili (un modo più fine di intendere la castrazione chimica). Il noto matematico, refrattario alla galera, decise di optare per l’opzione alternativa. Fu una scelta tragica. Turing perse la barba, i peli, e parallelamente la sua identità. Gli spuntarono i seni e cominiciò a prendere via via fattezze femminili: una trasformazione che gli fece scegliere di chiudere i conti la vita.

Come molti geni era un po’ infantile e bizzarro, adorava la storia di Biancaneve, era solito canticchiare il ritornello della canzone di Biancaneve: “Vorrei un amore tutto per me…” e fu così che scelse di togliersi la vita, come la protagonista della sua fiaba preferita. Turing iniettò un mix di cianuro e potassio in una mela e morso dopo morso fu trovato morto, compostamente disteso sul letto, dalla sua governante. (È da questa vicenda che Steve Jobs trae il simbolo per la sua celebre azienda “Apple”).

Della persona di Turing ne emerge il ritratto di un ragazzo assetato di conoscenza e di amore, un personaggio, decisamente fuori dagli schemi la cui vicenda individuale drammatica diventa il paradigma di un’epoca: l’Inghilterra degli anni ’50 in cui l’altra faccia dell’impero mondiale è costruita sulla violenza e l’intolleranza di ogni diversità. A volte i conti e la logica non tornano. Almeno nella vita.

18 Lug 2019
La psichiatria gentile di un uomo per bene

La prima volta che vidi di persona Eugenio Borgna fu a un congresso organizzato dalla mia Scuola di Specializzazione. Avevo poco meno di tren’anni io e poco più di ottanta lui. Un uomo dallo sguardo mite, che scansionava lo scorrere del tempo con movimenti lenti e sofisticati. In breve, un uomo dallo stile e dal compito altissimi che si interroga da quasi 70 anni sulla psichiatria di ieri, di oggi e del futuro.

La follia per l’emerito psichiatra è un racconto permeato di nostalgia che ripercorre tutti gli anni in cui si è speso per capire il mistero della malattia mentale.  Un racconto che comincia dal manicomio femminile di Novara, che Borgna diresse fino al 1978 (anno della “rivoluzione basagliana”) riscontrando livelli di intollerabile inumanità, violenza e indifferenza. Dopo la chiusura del manicomio, Borgna diventa primario di psichiatria dell’Ospedale Maggiore della Carità, sempre a Novara, dove lavorò fino al 2002.

Tutti anni dedicati alla comprensione dell’incomprensibile, all’ascolto – spesso silenzioso e più fisico, portato avanti dall’attitudine umana delicata che solo un animo incontaminato come il suo può. Quella di Borgna è una psichiatria gentile che si appoggia alla sapienza farmaco-terapica, senza tralasciare l’importanza della psicoterapia.  Una psichiatria orgogliosamente opposta a ogni forma di contenzione, contraria  alle scorciatoie farmacologiche, sempre rispettosa dei tempi personali:  variabile di cui hanno più bisogno i pazienti ricoverati. È il ritratto di una psichiatria fatta di gentilezza, speranze e fragilità comuni alla condizione umana.

Ma a fare la differenza è soprattutto la persona di Borgna stesso che sin dagli anni in cui la psichiatria era soprattutto organicista, volle ascoltare l’angoscia dei pazienti psichiatrici emarginati come parte di una soggettività più complessa, convinto che le radici della malattia siano esistenziali e non cliniche. Convinzione che fa venir meno il rapporto simmetrico tra medico e paziente. La sua, infatti, è una psichiatria che nasce dalla visione della professione come relazione di ascolto, orientata a cogliere il senso di alcune grandi tematiche della vita.

Dopo anni spesi allo studio della professione scelse, infatti, di abbandonare la nomenclatura diagnostica per non dare per scontato il paziente, tanto che per lui il DSM, il manuale diagnostico dell’American Psychiatric  Association è un “compendio negativo e arido della peggior psichiatria”. A ben vedere, le classificazioni dell’umano, per quanto comode a chi è intellettualmente pigro per natura o formazione, allontanano dalla strada dell’incontro, dell’ascolto, del dubbio ma sopratutto del senso di meraviglia di ciò che è l’uomo: l’oggetto più misterioso mai scoperto dalla scienza.

11 Lug 2019
Il business della paura e della sofferenza

“Tutto d’un tratto sento il mio cervello come perforato da un trapano, trafitto, bucato, attraversato, trapassato”. Questa è una tra le tante storie che ho avuto modo di sentire da alcune persone sofferenti che rappresenta l’occasione per una riflessione sulla malattia e sul dolore – spesso cronico. Si tratta di persone che pellegrinano da un medico all’altro, sbalorditi dai loro dinieghi, dando prova delle loro imperizie. Errori di diagnosi e malafede sono alla base dei racconti di chi, sfortunatamente si è imbattuto in professionisti dalla cattiva formazione tecnica e umana.

Non si fa mistero del pressapochismo del sistema sanitario: pronto soccorso ingolfati, leggerezza nelle diagnosi, carenza di qualità umane in professionisti della salute che lavorano come in una catena di montaggio. Alcuni addirittura usano la posizione di medici con vanteria per far valere una valenza simbolica di ruolo che li fa sentire autorizzati a gestire problemi esistenziali personali senza avere nessuna qualità umana e/o preparazione che li faccia sentire simili a un loro simile.

E’ forse anche per questo che molte persone avallano le medicine parallele, i ciarlatani, l’omeopatia, preferendo le ipotesi della pandemia per tutti. Qualcuno si affida a cose esoteriche, diete miracolose o qualsiasi altra diavoleria New Age, credendoci per davvero. Tra i reparti di ospedale non è difficile udire storie di cure alternative al metodo scientifico: “Mio fratello si è ammalato di tumore e quando la chemioterapia andò male, si rivolse a una sciamana”. Ebbene sì, a quanto pare esistono persino sciamane nostrane – non d’importazione.  Intendo una sciamana “vera e propria” con le piume in testa, stupefacente attrice dell’arte della scena, che porta i suoi seguaci nel bosco e fa abbracciare loro gli alberi per farli guarire dal cancro. Ma non si disdegna neppure il mago (non Silvan e i professionisti dell’arte magica, naturalmente), la maga o la cartomante…

Ciò accade perché vi è una maniera assolutamente peculiare con cui ciascuno reagisce alla malattia, maniera che è afferente alla biografia e all’esperienza personale del malato, al suo mondo di riferimenti culturali e religiosi. Se la malattia rischia di spersonalizzare il malato, è anche vero che il malato personalizza la malattia. Il che significa che ciascuno, nella sua malattia e a misura di ciò che gli è possibile e grazie all’aiuto di chi eventualmente lo assiste e accompagna, è chiamato alla responsabilità di dotare di senso la propria sofferenza.

Sono per la maggior parte storie di dolore, di vita, di paura, di morte e soprattutto di sfiducia nella scienza.  Ovviamente anche di ciarlataneria e frodi, frutto di errori comunicativi tra medico e paziente. Ad ogni modo è importante interrogarsi come mai sembrerebbero più rassicuranti della medicina ufficiale, quella fatta di professionisti, probabilmente percepiti frettolosi e con poca pazienza. Mi riferisco ai rappresentanti delle professioni sanitarie che possono peccare di essere scontati e poco disponibili a quel rapporto umano che è parte della cura.

Forse questa non è una ragione esaustiva per fidarsi delle terapie alternative, cioè infondate, inutili e persino dannose. Il quadro è molto più complesso e ha a che fare con le appartenenze identitarie, senza la presunzione polemica di essere un vassallo della tribù dei giusti.

Sulla malattia e la paura che ne scaturisce si dice molto, ma forse, più che parlare di malattia occorrerebbe osservare e ascoltare il malato, colui che nella sua situazione di sofferenza ha veramente qualcosa da dirci e da insegnarci, colui che può rivelare noi a noi stessi, mettendoci alle strette circa il “serio” (?) della vita. In fondo che cos’è la vita se non essa stessa una malattia da cui non se ne esce vivi?

 

05 Lug 2019
Elogio del silenzio (e l’arte di ascoltarlo)

Se il tempo che dedichiamo alle cose/persone è la misura del suo valore, qui si parla di lusso vero. Da quì la scelta di uno stacco acustico, di una di una disconnessione dall’ordinario frastornante che diventa necessità. Immergersi nella natura è un atto, spesso un privilegio che va ricercato come tutte le cose rare e illimitate. Ma per trovare il silenzio è necessario saperlo ricercare.

Il silenzio è labile e fragile, sparisce nel momento in cui viene nominato, figuriamoci quando cerchiamo di estrapolarlo in un momento di clamore chiassoso del quotidiano o dalla carrozza di un treno in corsa dove ormai tutti comunicano affannosamente ad alta voce (al telefono ovviamente). È un tempo, questo nostro, tempo inquinato dal rumore. Pare che il desiderio di distrazione abbia vinto la partita: difficile trovare un luogo in cui il silenzio non sia rotto da qualcuno che invade ferocemente il nostro bisogno di ricercarlo. E in questo frastuono assordante, diventa difficile ascoltare la parte più vera di sé, la più autentica.

Una persona nata e cresciuta in città tende a prestare attenzione a emissioni intorno ai 60 decibel e una volta abituatosi, non bada più a suoni inferiori. Un respiro, un fruscio, un bisbiglio o un cinguettio, passano inascoltati.  Quanto, allora, ci sfugge della nostra conoscenza sensibile del mondo? Forse sarebbe importante fermarsi per rieducarci all’ascolto della natura e del silenzio, perchè il silenzio rende il tempo fertile e sopratutto nostro.

Penso al silenzio della seduta psicoterapica, a come le parole lo taglino per poi lasciare spazio a disarmanti momenti di segretezza inaudibili all’orecchio – spesso più esaustivi di mille parole. Penso al non detto dopo tanto dire: un silenzio che continua a parlare.

Perché nella comunicazione è così: una parola non detta, un gesto non fatto rappresentano, comunque, un dire perché veicolano in ogni caso un messaggio. Una chiamata non fatta, un appuntamento saltato, un invito a cui non si risponde, la non partecipazione ad una riunione, sono soltanto alcuni esempi della vita quotidiana in cui il valore comunicativo del non detto fa rumore.  

Ma oggi dove la chiacchiera impera, in un contesto in cui il rumore non molla mai la presa, in cui le parole si svuotano di significato, si acuisce la nostalgia del silenzio e l’aspirazione a ritrovarlo.

Anche le parole se non ritagliate e dosate possono generare frastuono, perchè il valore della parola raggiunge il suo livello più alto quando è contenuta dal silenzio che l’accompagna. Il saper dire implica un saper tacere; un potere spesso sconosciuto di una lingua di cui dovremmo far più uso. Per questo ve lo scrivo e taccio; perché il silenzio, in fondo, è il detto di ciò che una persona sa.

 

20 Giu 2019
Essere o non essere ciò che gli altri ci riflettono?

Quando si pensa alla parola conflitto la prima cosa che viene in mente è lo scontro tra individui, gruppi, culture e ideologie ma anche di soli interessi. In quest’accezione negativa il conflitto finisce sempre per avere un vincitore e un perdente, un minus habens e un intelligente, uno migliore e uno peggiore …

In questo divario che separa il “migliore” dal “peggiore”, il vinto si sente perso, sbagliato. Anche nei conflitti per così dire psicologici, che toccano la sfera interiore della persona, se non accompagnati possono segnare in maniera lacerante gli equilibri personali.

Quando nella relazione ci specchiamo nell’altro, spesso scopro un diverso me stesso, tanto azzoppato e manchevole quanto l’altro che ho di fronte è diverso da me. Forse gli altri non saranno l’inferno, come diceva Jean-Paul Sartre, ma sono un elemento essenziale del nostro stesso io e della nostra stessa consapevolezza: perché è nei loro sguardi che possiamo scorgere, più o meno fedelmente, l’immagine del nostro stesso volto. Se frequentiamo persone che non ci amano, che mal ci tollerano, che non credono in noi, quello che vediamo nei loro volti è un’immagine di noi miseramente deficitaria, offuscata, deformata: la nostra parte peggiore, quella che tiriamo fuori quando siamo più stanchi, delusi o più amareggiati, insomma quando non ci piacciamo più.

Negli occhi dell’altro possiamo intravedere quel che egli pensa di noi, quel che sente per noi: è uno specchio, spesso disarmante e spietato nel non restituirci i nostri lineamenti gentili che tanto ci risanano l’autostima ma che riflette tutta la miseria e la finitezza della condizione umana.

Sono conflitti che si consumano al nostro interno che sembrano faticosi da sostenere, soprattutto quando predomina la sensazione oppressiva di avere un muro dinanzi a noi quasi impossibile da sormontare. È la sensazione di vuoto, di nullità, di terra arida e sterile, amaro epilogo dell’incontro tra la realtà che vivo e quella intravista nell’aspettativa altrui che mi sembra impossibile da vivere- anche solo in maniera falsata. Sono scontri che palesano una brutta immagine di noi, ma talvolta ci spronano ad emanciparci dalla propria vita.

In questo caso, riconoscere un conflitto è la scelta di non rifuggire da esso che è il primo passo verso un miglioramento personale. Non dovremmo né temerlo nè ignorarlo, ma trasformarlo in un anello di collegamento, perché il conflitto si colloca sempre in un contesto relazionale.

Solo in quest’ottica l’incontro con l’altro – anche se diverso da me, può essere inteso come un incontro generativo tra realtà differenti, che possono portare a miglioramento di noi stessi e al contempo rimanere quello che siamo senza stravolgere la nostra natura per così dire “differente”. In questo scenario si passa dallo scontro all’incontro e al confronto che riunisce e avvicina in una reciproca curiosità di attingere l’uno dall’altro.

Alla base sta una mutua tolleranza che è consapevolezza e insieme accettazione delle diversità nostre e altrui che non devono essere ragione di collisione, restando sempre rispettosi della libertà e della dignità di ciascuno.

Attraverso questa visione indulgente, persone differenti che vogliono restare differenti possono farlo senza sentirsi in difetto. Le diversità sono una ricchezza e andrebbe impedito che tutto assuma l’aspetto di una massa indistinta.

Va bene quindi migliorarsi come stimolo dell’incontro con l’Altro, ma possiamo e dobbiamo rimanere fedeli a noi stessi. E se dovesse capitarvi di continuare a sentirvi in deficit… Che diamine, cambiate frequentazioni!