11 Lug 2019
Il business della paura e della sofferenza

“Tutto d’un tratto sento il mio cervello come perforato da un trapano, trafitto, bucato, attraversato, trapassato”. Questa è una tra le tante storie che ho avuto modo di sentire da alcune persone sofferenti che rappresenta l’occasione per una riflessione sulla malattia e sul dolore – spesso cronico. Si tratta di persone che pellegrinano da un medico all’altro, sbalorditi dai loro dinieghi, dando prova delle loro imperizie. Errori di diagnosi e malafede sono alla base dei racconti di chi, sfortunatamente si è imbattuto in professionisti dalla cattiva formazione tecnica e umana.

Non si fa mistero del pressapochismo del sistema sanitario: pronto soccorso ingolfati, leggerezza nelle diagnosi, carenza di qualità umane in professionisti della salute che lavorano come in una catena di montaggio. Alcuni addirittura usano la posizione di medici con vanteria per far valere una valenza simbolica di ruolo che li fa sentire autorizzati a gestire problemi esistenziali personali senza avere nessuna qualità umana e/o preparazione che li faccia sentire simili a un loro simile.

E’ forse anche per questo che molte persone avallano le medicine parallele, i ciarlatani, l’omeopatia, preferendo le ipotesi della pandemia per tutti. Qualcuno si affida a cose esoteriche, diete miracolose o qualsiasi altra diavoleria New Age, credendoci per davvero. Tra i reparti di ospedale non è difficile udire storie di cure alternative al metodo scientifico: “Mio fratello si è ammalato di tumore e quando la chemioterapia andò male, si rivolse a una sciamana”. Ebbene sì, a quanto pare esistono persino sciamane nostrane – non d’importazione.  Intendo una sciamana “vera e propria” con le piume in testa, stupefacente attrice dell’arte della scena, che porta i suoi seguaci nel bosco e fa abbracciare loro gli alberi per farli guarire dal cancro. Ma non si disdegna neppure il mago (non Silvan e i professionisti dell’arte magica, naturalmente), la maga o la cartomante…

Ciò accade perché vi è una maniera assolutamente peculiare con cui ciascuno reagisce alla malattia, maniera che è afferente alla biografia e all’esperienza personale del malato, al suo mondo di riferimenti culturali e religiosi. Se la malattia rischia di spersonalizzare il malato, è anche vero che il malato personalizza la malattia. Il che significa che ciascuno, nella sua malattia e a misura di ciò che gli è possibile e grazie all’aiuto di chi eventualmente lo assiste e accompagna, è chiamato alla responsabilità di dotare di senso la propria sofferenza.

Sono per la maggior parte storie di dolore, di vita, di paura, di morte e soprattutto di sfiducia nella scienza.  Ovviamente anche di ciarlataneria e frodi, frutto di errori comunicativi tra medico e paziente. Ad ogni modo è importante interrogarsi come mai sembrerebbero più rassicuranti della medicina ufficiale, quella fatta di professionisti, probabilmente percepiti frettolosi e con poca pazienza. Mi riferisco ai rappresentanti delle professioni sanitarie che possono peccare di essere scontati e poco disponibili a quel rapporto umano che è parte della cura.

Forse questa non è una ragione esaustiva per fidarsi delle terapie alternative, cioè infondate, inutili e persino dannose. Il quadro è molto più complesso e ha a che fare con le appartenenze identitarie, senza la presunzione polemica di essere un vassallo della tribù dei giusti.

Sulla malattia e la paura che ne scaturisce si dice molto, ma forse, più che parlare di malattia occorrerebbe osservare e ascoltare il malato, colui che nella sua situazione di sofferenza ha veramente qualcosa da dirci e da insegnarci, colui che può rivelare noi a noi stessi, mettendoci alle strette circa il “serio” (?) della vita. In fondo che cos’è la vita se non essa stessa una malattia da cui non se ne esce vivi?

 

05 Lug 2019
Elogio del silenzio (e l’arte di ascoltarlo)

Se il tempo che dedichiamo alle cose/persone è la misura del suo valore, qui si parla di lusso vero. Da quì la scelta di uno stacco acustico, di una di una disconnessione dall’ordinario frastornante che diventa necessità. Immergersi nella natura è un atto, spesso un privilegio che va ricercato come tutte le cose rare e illimitate. Ma per trovare il silenzio è necessario saperlo ricercare.

Il silenzio è labile e fragile, sparisce nel momento in cui viene nominato, figuriamoci quando cerchiamo di estrapolarlo in un momento di clamore chiassoso del quotidiano o dalla carrozza di un treno in corsa dove ormai tutti comunicano affannosamente ad alta voce (al telefono ovviamente). È un tempo, questo nostro, tempo inquinato dal rumore. Pare che il desiderio di distrazione abbia vinto la partita: difficile trovare un luogo in cui il silenzio non sia rotto da qualcuno che invade ferocemente il nostro bisogno di ricercarlo. E in questo frastuono assordante, diventa difficile ascoltare la parte più vera di sé, la più autentica.

Una persona nata e cresciuta in città tende a prestare attenzione a emissioni intorno ai 60 decibel e una volta abituatosi, non bada più a suoni inferiori. Un respiro, un fruscio, un bisbiglio o un cinguettio, passano inascoltati.  Quanto, allora, ci sfugge della nostra conoscenza sensibile del mondo? Forse sarebbe importante fermarsi per rieducarci all’ascolto della natura e del silenzio, perchè il silenzio rende il tempo fertile e sopratutto nostro.

Penso al silenzio della seduta psicoterapica, a come le parole lo taglino per poi lasciare spazio a disarmanti momenti di segretezza inaudibili all’orecchio – spesso più esaustivi di mille parole. Penso al non detto dopo tanto dire: un silenzio che continua a parlare.

Perché nella comunicazione è così: una parola non detta, un gesto non fatto rappresentano, comunque, un dire perché veicolano in ogni caso un messaggio. Una chiamata non fatta, un appuntamento saltato, un invito a cui non si risponde, la non partecipazione ad una riunione, sono soltanto alcuni esempi della vita quotidiana in cui il valore comunicativo del non detto fa rumore.  

Ma oggi dove la chiacchiera impera, in un contesto in cui il rumore non molla mai la presa, in cui le parole si svuotano di significato, si acuisce la nostalgia del silenzio e l’aspirazione a ritrovarlo.

Anche le parole se non ritagliate e dosate possono generare frastuono, perchè il valore della parola raggiunge il suo livello più alto quando è contenuta dal silenzio che l’accompagna. Il saper dire implica un saper tacere; un potere spesso sconosciuto di una lingua di cui dovremmo far più uso. Per questo ve lo scrivo e taccio; perché il silenzio, in fondo, è il detto di ciò che una persona sa.

 

20 Giu 2019
Essere o non essere ciò che gli altri ci riflettono?

Quando si pensa alla parola conflitto la prima cosa che viene in mente è lo scontro tra individui, gruppi, culture e ideologie ma anche di soli interessi. In quest’accezione negativa il conflitto finisce sempre per avere un vincitore e un perdente, un minus habens e un intelligente, uno migliore e uno peggiore …

In questo divario che separa il “migliore” dal “peggiore”, il vinto si sente perso, sbagliato. Anche nei conflitti per così dire psicologici, che toccano la sfera interiore della persona, se non accompagnati possono segnare in maniera lacerante gli equilibri personali.

Quando nella relazione ci specchiamo nell’altro, spesso scopro un diverso me stesso, tanto azzoppato e manchevole quanto l’altro che ho di fronte è diverso da me. Forse gli altri non saranno l’inferno, come diceva Jean-Paul Sartre, ma sono un elemento essenziale del nostro stesso io e della nostra stessa consapevolezza: perché è nei loro sguardi che possiamo scorgere, più o meno fedelmente, l’immagine del nostro stesso volto. Se frequentiamo persone che non ci amano, che mal ci tollerano, che non credono in noi, quello che vediamo nei loro volti è un’immagine di noi miseramente deficitaria, offuscata, deformata: la nostra parte peggiore, quella che tiriamo fuori quando siamo più stanchi, delusi o più amareggiati, insomma quando non ci piacciamo più.

Negli occhi dell’altro possiamo intravedere quel che egli pensa di noi, quel che sente per noi: è uno specchio, spesso disarmante e spietato nel non restituirci i nostri lineamenti gentili che tanto ci risanano l’autostima ma che riflette tutta la miseria e la finitezza della condizione umana.

Sono conflitti che si consumano al nostro interno che sembrano faticosi da sostenere, soprattutto quando predomina la sensazione oppressiva di avere un muro dinanzi a noi quasi impossibile da sormontare. È la sensazione di vuoto, di nullità, di terra arida e sterile, amaro epilogo dell’incontro tra la realtà che vivo e quella intravista nell’aspettativa altrui che mi sembra impossibile da vivere- anche solo in maniera falsata. Sono scontri che palesano una brutta immagine di noi, ma talvolta ci spronano ad emanciparci dalla propria vita.

In questo caso, riconoscere un conflitto è la scelta di non rifuggire da esso che è il primo passo verso un miglioramento personale. Non dovremmo né temerlo nè ignorarlo, ma trasformarlo in un anello di collegamento, perché il conflitto si colloca sempre in un contesto relazionale.

Solo in quest’ottica l’incontro con l’altro – anche se diverso da me, può essere inteso come un incontro generativo tra realtà differenti, che possono portare a miglioramento di noi stessi e al contempo rimanere quello che siamo senza stravolgere la nostra natura per così dire “differente”. In questo scenario si passa dallo scontro all’incontro e al confronto che riunisce e avvicina in una reciproca curiosità di attingere l’uno dall’altro.

Alla base sta una mutua tolleranza che è consapevolezza e insieme accettazione delle diversità nostre e altrui che non devono essere ragione di collisione, restando sempre rispettosi della libertà e della dignità di ciascuno.

Attraverso questa visione indulgente, persone differenti che vogliono restare differenti possono farlo senza sentirsi in difetto. Le diversità sono una ricchezza e andrebbe impedito che tutto assuma l’aspetto di una massa indistinta.

Va bene quindi migliorarsi come stimolo dell’incontro con l’Altro, ma possiamo e dobbiamo rimanere fedeli a noi stessi. E se dovesse capitarvi di continuare a sentirvi in deficit… Che diamine, cambiate frequentazioni!

13 Giu 2019
Se la prima lezione è anche l’ultima di qualcun altro

Si può fare psicologia quando vivere e ascoltare le vite degli altri non viaggiano in parallelo?

Conobbi Sergio quando fui arruolata a lavorare in un reparto d’ospedale: una Persona prima che un dottore straordinario, lui. Sergio appariva come un giovane uomo sfrontato, eccessivo nel suo modo di pensare, di parlare, di ridere, anche di instaurare un’amicizia, qual è stata la nostra per tutto il tempo della mia permanenza lì, che tutto sommato fu breve.  Ciò nonostante, intrecciammo un legame all’insegna del suo divertimento ad ingaggiare duelli intellettuali con accenti ora impertinenti, poi rovinosamente comici, vale a dire abilmente recitati, esagerati, esasperati  e per finire struggenti.

Nella sua spasmodica curiosità di dedicarsi alla delicata materia del capire chi sono gli altri davvero, sulla scia dell’entusiasmo spingeva l’acceleratore fino a prendere delle cantonate pazzesche. Eppure, tra i vari intrecci di questo caleidoscopio umano in camice bianco (che non metteva quasi mai), non avrei mai pensato che fra le sue qualità ci fosse persino quella della misura, ammesso che sia una qualità e non un limite.

Una personalità cangiante insomma, folle, che poteva esprimere una gamma intera di emozioni molto diverse tra loro: dall’ilarità colorita e saggiamente infantile, al piacere di accettare l’insensatezza della vita con un’intelligenza bruciante. Sempre impertinente e fuori luogo ma soprattutto libero, coraggioso e acuto, mai convenzionale. Così come non convenzionale fu la sua reazione alla malattia, tanto è vero che scelse me come psicoterapeuta, quasi come depositaria di un lascito biografico che non sentivo alla portata di una psicologa piccola che si trova a dover maneggiare con il Grande.

Negli ultimi mesi della sua malattia emerge di Sergio l’immagine della saggezza e della quiete o quantomeno la ricerca di esse, senza lasciare alle spalle il suo carattere irriverente. In quel vecchio Studio padovano io e lui fummo testimoni della sua mutazione e insieme anche della mia. Un rovesciamento partecipe e nel contempo distaccato che si è trasformato in una lezione permanente sulla precarietà delle cose e delle persone: un argomento affascinante e allo stesso tempo crudele con cui lo psicologo si sporca le mani, che fa da eco al suo essere prima Persona e tutto ciò che di imperfetto comporta – nel caso si dimenticasse.

Nella condizione di malattia cronica le convinzioni di una vita appaiono in tutta la loro labilità, il proprio mondo interiore diventa opalescente, flessibile, aperto alla ricerca di ogni nuova combinazione. Anche se Sergio mai volle rinunciare a quel sorriso che disinnesca la paura e che difende anche dalla bruttura del cancro che poco a poco lo spegnerà.

Questo è un ricordo dolceamaro, che non ha la pretesa di essere esaustivo, di chi con garbo ha voluto dare la sua ultima lezione a me, una psicologa piccola, ora meno piccola.

Quindi no, non è possibile fare psicologia quando la propria vita e la vita degli altri non si intrecciano, non si riconoscono, non si vogliono riconoscere. Come direbbe Hillman tutto è esperienza: l’esperienza stessa del “fare anima”… E l’anima è qualcosa che si forma, che cresce e matura nel corso della nostra avventura umana.

06 Giu 2019
Quando la memoria dimentica, l’amore ricorda

Una simpatica signora dall’aspetto buffo chiamata Bice aveva perso la memoria. Si ricordava solo quello che aveva fatto in alcuni frangenti della sua infanzia; quando usciva di casa salutava tutti per nome, a volte ci azzeccava ma  non appena rincasava, non rammentava più nemmeno quello che aveva fatto. “Non mi ricordo tanto bene” diceva spesso non ricordando o preferendo dimenticare. La memoria, in effetti, è la cosa più personale che ha a che fare con le nostre scelte. E’ un mistero che condiziona la nostra architettura interiore, la nostra personalità, la nostra identità: chi siamo, da dove veniamo e cosa desideriamo ricordare o dimenticare della nostra esistenza. Il discorso sulla memoria personale si può allargare fino alla riflessione su quella collettiva, vale a dire la storia: si dice che quando un popolo dimentica certi fatti tragici del passato può essere indotto a compiere gli stessi errori…

Soffrire di Alzheimer è dimenticare chi si è, un’amnesia non di poco conto se consideriamo che i familiari faticano a riconoscere la Persona. L’Alzheimer è una sindrome molto specifica che ha a che fare con la memoria, però non necessariamente chi perde la memoria soffre di Alzheimer. Sì, perché l’enorme quantità di informazioni cui oggigiorno siamo esposti e alle quali possiamo accedere non facilita e non ci aiuta a ricordare. Siamo dotati di troppi supporti e sofisticati strumenti tecnologici ai quali deleghiamo la nostra memoria che perciò non diviene più allenata e di conseguenza dimentichiamo facilmente. Chi di noi per esempio avendo a disposizione l’agenda elettronica e il cellulare ricorda un numero di telefono?

Ma torniamo a Bice, anzi a sua figlia che è colei che mi ha raccontato la storia di sua madre. La malattia Alzheimer offusca la mente, fa perdere la memoria, la coscienza del tempo delle relazioni e del proprio corpo. Cade invano il bisogno di salvaguardare l’identità e l’umanità di un ormai anziana signora disorientata che smarrisce i ricordi e non sa più collocarsi nel mondo.

Eppure, ai margini di questo buco nero che tutto obnubila, una cosa rimane. Bice non sa più che quella di fronte a lei è la figlia, ma per qualche misterioso motivo, a differenza di tutti gli altri che non ri-conosce, lei la ama. Inspiegabili gesti e sporadiche parole di dolce affetto materno emergono dalla foschia del morbo, come a dirci che quando si perde la memoria non tutto è perduto, non tutto è dimenticato. Quando la memoria dimentica, l’amore ricorda. L’amore resta.

30 Mag 2019
Liquido come l’acqua, fluido come il gender

Secondo i dati, due terzi degli adolescenti inglesi hanno un’identità sessuale, per così dire, fluida.  In Europa le percentuali oscillano tra il 20 e il 30%, comunque molto più alte rispetto a vent’anni fa.

Il gender o genere è il risultato di una combinazione di fattori: i cromosomi X e Y, l’anatomia (organi sessuali interni genitali esterni), gli ormoni (livelli di testosterone ed estrogeni), la psicologia (come una persona si sente) e la cultura (comportamenti di genere socialmente definiti).

A volte gli individui nati con cromosomi e genitali di un sesso, si rendono conto di essere trans gender, ossia di avere un’identità di genere interiore affine all’altro sesso. Una minoranza quest’ultima, che fatica ancora oggi a sgretolare i pregiudizi e ad essere socialmente accettata come una condizione e non un “vezzo”, ma non è questo l’argomento in questione.

Col termine fluidità si fa maggiormente riferimento alle persone che non si riconoscono in nessuna delle due categorie o rifiutano qualsiasi categorizzazione di genere.  La fluidità è riferita a un genere inteso come uno spettro in cui non si rientra nelle categorie tradizionali. Trovare l’identità di genere in questi casi non è un affare semplice e immediato. Maschio o femmina, i ruoli -passatemi il termine “tradizionali”, sono ormai considerati un limite, e trovare una nuova identità di genere non è così semplice.

Ma che cosa significa esattamente identità sessuale fluida? Per spiegarlo è necessario definire quali sono i tre pilastri contemporanei dell’identità sessuale. L’identità di genere che si basa sul sesso biologico maschile o femminile è il primo modo con cui definiamo noi stessi e gli altri fin dalla nascita: quando si dice “È un bel maschietto” o “E’ una bella femminuccia”!

Fin qui tutto bene, finché la percezione interiore è coerente con l’identità biologica: ”Sono felice di sentirmi donna in un corpo di donna” o “Sono felice di sentirmi uomo in un corpo di uomo”. Eppure, talvolta accade di avere percezioni opposte e contrastanti: “Sono una donna intrappolata in un corpo di uomo” o viceversa “Sono un uomo intrappolato in un corpo di donna” che, come accennato prima, sono la sostanza del transessualismo – ovvero quando il vissuto e la percezione sono dissonanti rispetto al genere biologico.

Tutt’altra faccenda è l’identità di ruolo che indica tutto quello che la persona mette in atto per esprimere il proprio ruolo nel mondo. Per capire meglio questo concetto basta pensare a qualche anno fa quando ancora esistevano ruoli stereotipati maschili e femminili. Intraprendere l’una o l’altra via poteva costituire un contrasto con la propria identità di ruolo. Basterà andare indietro qualche tempo con la Storia per ricordarci che alcune professioni, studi e sport come il cuoco, il medico o il calciatore erano tradizionalmente svolti da maschi. La donna invece era relegata soprattutto al ruolo di madre e custode del focolare domestico.

Il terzo pilastro è l’identità sessuale in cui la percezione di sé viene definita dal sesso e dalle caratteristiche dell’oggetto sessuale desiderato: “Mi sento più donna/uomo se ho un uomo/donna sexy al mio fianco”. Dov’è che entra in gioco la fluidità allora? Per un numero crescente di adolescenti è normale avere esperienze sessuali sia con ragazzi che con ragazze: “mi interessa la persona” affermano, fluttuando tra oggetti di desiderio di sesso diverso.

Senz’altro questa fluidità dà la possibilità di sperimentare un se utile a comprendere meglio la propria “verità”, senza sentirsi costretti in un ruolo o definizioni sentite come coercitive. Ma come tutti gli aspetti della vita, anche la fluidità ha dei lati luminosi e dei lati oscuri, e sono proprio gli ultimi che m’interessa maggiormente considerare. Il gender fluido, infatti, non è esente da rischi: fluttuare nella indefinitezza dei generi sessuali sempre crescenti (pangender, cisgender, MTF, Two-spirit, intersex, Non-Binary, chi più ne ha più ne metta), getta un ragazzino adolescente ancora in cerca di definire l’identità, entro una palude esistenziale.

Il filosofo Hacking, studioso del tema, parla di un “contagio semantico” in corso: “una mediatizzazione che pretende di solo descrivere il fenomeno, crea le condizioni per la sua diffusione”. Tralasciando qualsiasi tipo di ideologia, l’eccesso di sessualizzazione, l’eccesso di vita virtuale a discapito di quella reale, la sessualizzazione precoce, la mancanza di fermezza educativa in un contesto che i media  inducono “liberal”, potranno mai influire sulla mente collettiva sul modo di sentirsi prima e avere poi un ruolo in questo mondo?

Le conclusioni tiratele voi.

23 Mag 2019
I NUOVI MODI D’ESSER MATTI

Che le cosiddette “malattie mentali” dipendano dal contesto culturale di un dato momento storico o addirittura dal “contagio comportamentale” di alcune mode, è una questione ormai nota.

Nelle regioni del Sud-est asiatico, come in Malaysia, Indonesia e Nuova Ghinea si soffre l’Amok. La parola si riferisce a una condizione temporanea di furia violenta e omicida. Il soggetto colpito da questa sindrome che trae origine da un’offesa intollerabile, aggredisce dapprima i famigliari e poi gli estranei. Durante la furia omicida il soggetto, ormai incontrollabile, corre e salta all’impazzata per strada colpendo chiunque incontri, senza distinzione.

Emil Kraeplin classificò questo comportamento come “malattia mentale” ma dobbiamo arrivare ad autori successivi per capire che la manifestazione di tale comportamento è implicata soprattutto dalla cultura e dalle problematiche locali. Negli anni ‘70 in America ci fu un aumento di diagnosi di “personalità multipla” dato che un americano su tre era convinto di avere due, tre, dodici personalità diverse. Un’affezione, questa, che ai giorni nostri pare essere scomparsa.  In compenso oggi siamo travolti da scolaretti travagliati da Deficit di attenzione e Iperattività (non basta più dire “è un bambino vivace”). Queste nuove forme d’essere deviante sono quindi trattate con quintali di Prozac e Ritalin.

Il punto è che al passare del tempo spuntano i “nuovi modi d’esser matti”: ciò che era lecito prima non lo è più dopo e si sostituisce con una nuova e necessaria moda –lità d’essere.

Ricordo che qualche anno fa si battibeccò molto sul caso di un chirurgo che amputò gli arti a pazienti perfettamente sani su loro specifica richiesta, dichiarando di sentirsi più felici senza. I giornalisti scoprirono che il fenomeno –noto come acrotomofilia– era meno raro di quanto potesse sembrare, scovando moltissimi casi di persone desiderose di perdere le gambe.  Su internet risalirono a salotti virtuali che scambiavano fantasie su quant’è bello essere senza gambe, affermando di non sentirsi veramente loro stessi così “come mamma li ha fatti”.

È in questi casi la chirurgia, un intervento estetico o un trattamento psichiatrico? Appare obbligatorio interrogarsi sullo status etico di queste questioni che io trovo inquietanti nella misura in cui viene data la possibilità di insorgenza di questi bizzarri desideri moderni.

Più si parla di una cosa e più si aumenta la probabilità che una moda (nel bene e nel male) si diffonda, offrendo i copioni comportamentali di una condotta che, prima di essere pubblicizzata, era impensabile nella sua attuazione. Pensiamo all’aumento di agressioni con acido, alle volte che si usa la parola “femminicidio”, al Blue Whale

Non appena il comportamento diventa frequente e quindi una moda, gli psichiatri (solo quelli brutti per fortuna) cominciano a diagnosticare psichiatricamente il fenomeno, poi lo reificano nei manuali, sviluppano strumenti per musurarlo e valutarne la gravità; infine, dopo aver mandato i malcapitati a qualche centro di riabilitazione morale, si scrive di loro su riviste prestigiose, contribuendo così alla propagazione del  nuovo disturbo mentale.

Finchè si fa credere che uno debba trovare il suo vero io, quello autentico (che è una contraddizione perché essere sé stessi equivale ed essere qualcun altro non essendo gli unici sulla terra), v’è un invito sottile all’esercitare il massimo grado di libertà che prevede anche condotte eticamente discutibili.

Ma il vero io è un pozzo vuoto senza fondo, sporgersi può condurre a un abisso che definisce i nuovi modi d’essere matti. Talvolta è più raccomandabile non essere ciò che si potrebbe diventare.

16 Mag 2019
Nutrire lo spirito in questi tempi bui

A supporto di quella che è più di una sensazione, i dati confermano che gli individui affetti da patologie psichiatriche siano in costante aumento. Sono drasticamente aumentale anche le richieste di riconoscimento della legge 104 che prevede permessi retribuiti ai lavoratori con problemi di autosufficienza a carico –  come a fotografare una società composta da persone che hanno bisogno di assistenza e che spesso non riescono a far fronte alle spese necessarie per garantire un servizio di cura di e per chi è in condizioni di fragilità.

In un periodo di precarietà (esistenziale) come questo sono aumentati anche gli accessi ai servizi di igiene mentale di diagnosi e cura di patologie psichiatriche (che brutto termine!). Le maglie della diagnosi dei disturbi psichiatrici – basato sull’approccio categoriale del DSM 5 – sembrano essersi allargate, provvedendo tempestivamente a identificare situazioni di fragilità, fattori di rischio e predisponenti dei disturbi stessi.

Inoltre all’aumentare delle diagnosi è corrisposta un’impennata delle terapie farmacologiche che, sebbene offrano una risoluzione della sintomatologia, non ne curano l’origine della sofferenza. Sempre più psicofarmaci vengono prescritti senza approfondimento della storia del paziente; basterà andare dal proprio medico di base e dire di sentirsi un po’ giù o di aver bisogno di una soluzione veloce a problemi di insonnia, per avere, con molta probabilità, l’immediata prescrizione di un sonnifero o un antidepressivo. Un’analisi approfondita dei sintomi e un ascolto del paziente, nella maggioranza dei casi, non trova spazio tra le priorità di un medico frettoloso.

C’è da chiedersi se a tutto questo progresso (in ambito scientifico e diagnostico) corrisponda un reale benessere per la società e gli individui che la abitano. La prima domanda che sorge spontanea è: “Come mai non si è riusciti ad arginare la dilagante espansione dei disturbi psichiatrici?” Io credo che lo sradicamento sociale, identitario e culturale in genere dei nostri tempi abbia incentivato la perdita di spiritualità, di valori e l’insorgere di un individualismo sfacciato.

Siamo chiamati a soddisfare, ad appagare i bisogni più superficiali dimenticandoci di nutrire e arricchire il nostro spirito. In questi tempi bui, forse, questi dati iniziali suggeriscono la necessità di comprendere l’interiorità umana nella sua parte più profonda. Dico forse per rispetto anche di chi non resiste all’irrefrenabile tentazione di sentirsi finalmente “vivo” (?) entrando in un centro commerciale.

09 Mag 2019
Sulla felicità rovesciata

Le biografie di Van Gogh riferiscono che il pittore prima di uccidersi scrisse un biglietto con queste parole: “La tristezza durerà per sempre”. Difficile risalire ai primi esordi della sua tristezza, di certo, egli confessava a se stesso, nel momento di consegnarsi alla morte- quell’emozione contraria alla gioia e alla felicità che ogni essere vivente conosce.

Un altro tassello per comporre il mosaico della tristezza è riposto nell’attualità. Mi riferisco alla nostra epoca, basata su una continua e assordante comunicazione, tormentata dalla frenesia degli spostamenti di uomini e merci. Raggiungiamo per lavoro e per diletto terre e città lontane, che sulla scia del global, stanno diventando per architettura e cibo sempre più uguali.

Già in tempi meno sospetti, Seneca aveva biasimato l’angoscia che poteva derivare dal viaggiare; celebre la sua frase contenuta in Lettere a Lucilio: “Chi è dappertutto non è in nessun luogo”.  E’ un pensiero comune che la lontananza dal luogo in cui si vive possa arrecare benefici all’animo. Questo perchè siamo convinti che i motivi delle nostre insoddisfazioni provengano dall’esterno, e dunque riteniamo che cambiando luoghi e persone senz’altro muterà anche la nostra condizione interiore. Niente di più sbagliato. I nostri difetti ci seguono, dovunque andiamo. Le cose che ci rendono tristi sono radicate nel nostro animo: a che serve cambiare posto e vedere persone nuove se non curiamo prima i nostri mali?

“Triste” oggi è anche il tempo che è scandito dal consumo degli oggetti, dai momenti di apparizioni di una moda. Un modello di cellulare dura al massimo un anno, lo stesso si potrebbe dire per l’industria della moda che sancisce il lecito dell’estetica ad ogni nuova collezione. Un libro è considerato bello se supera la stagione di vendita, se è stato pubblicato da un colosso dell’editoria… in balia della dittatura dell’audience e della pubblicità. È lo specchio di una triste antropologia: un’estetica triste che non tollera più la bellezza e la riflessione.

Facile esser tristi quando tutto è così labile, difficilissimo non esserlo, poiché la felicità sparisce appena è desiderata, arriva inattesa come un ospite volatile e latitante. In fondo, gli autunni e gli inverni vengono per farci pagare le primavere e le estati…

Per il resto esistono gli spicologi.

02 Mag 2019
Un dolore invisibile chiamato Depressione

La depressione è stata spesso definita “malattia” dai professionisti della salute mentale; alcuni la paragonano all’ipertensione. E’ quindi la depressione una malattia? Nella maggior parte dei casi la risposta è no. E’ la depressione una conseguenza della genetica o una forma di anomalia del cervello? La risposta è sempre no. Ancora, può essere la depressione trasmessa geneticamente? Non è mai stata dimostrata l’esistenza di uno specifico “gene della depressione”, piuttosto si è giunti a comprendere che la famiglia ha una grande responsabilità nel formare il modo in cui si percepiscono le esperienze ai propri figli. L’idea che la depressione sia una malattia è stata venduta al pubblico in concomitanza con lo sviluppo di nuovi e sempre più efficaci farmaci in grado di alleviare i sintomi della depressione, secondo l’ipotesi che la depressione sia esclusivamente un problema di natura biologica. Sarebbe più opportuno, forse – chiamarla “disordine”, perché il modo in cui si concepisce la depressione influenza profondamente le risposte che si possono dare e le possibilità di uscirne. Infatti, chi si considera destinato alla depressione a causa di una predisposizione genetica o di uno squilibrio biochimico, probabilmente concluderà che non ci sia nulla da fare se non sedersi passivamente ad aspettare che le “pillole” facciano effetto, e questa è una delle conseguenze più pericolose del considerarle la depressione come una malattia.

Ciò non toglie che la depressione è, da un po’ di anni, il problema psicologico più diffuso nel mondo occidentale, ed è probabile che i fattori che hanno condotto questo problema a essere così grave e importante siano di natura sociale piuttosto che biologica. Si tratta di un disordine complesso che non presenta una singola causa, un singolo trattamento o un singolo elemento caratterizzante.  La depressione è il frutto di modi di interpretare e reagire alle esperienze: è un insieme di proiezioni riguardo a se stessi, alla vita, all’universo, a tutto. Chi ne soffre è una persona a cui non è stato insegnato come sviluppare specifiche modalità di pensiero, sentimento o comportamento che proteggono delle difficoltà della vita. Quando le persone hanno sviluppato solo modalità inefficaci per affrontare richieste della vita – spesso spietate, si trovano a essere ferite da ciò che non sanno gestire.

La bella notizia è che modalità funzionali si possono imparare in tempi brevi e con successo. L’iter non prevede un’analisi lunga ed estenuante del passato perché esaminare la storia di ognuno può spiegare alcuni aspetti della depressione, ma non cambiarli. E, così come ci sono molte vie che portano alla depressione, molti sono anche i percorsi per uscirne: non esiste una causa singola del disturbo, né un unico tipo di trattamento efficace. Gli studi clinici dimostrano che metodi di psicoterapia attiva che insegnino specifiche competenze (chiarezza di pensiero, comportamenti efficaci, attitudini relazionali…), hanno un’efficacia pari, per certi versi superiore alle terapie farmacologiche, sia per quanto riguarda il miglioramento sintomatico, sia dal punto di vista delle ricadute. Nel trattamento della depressione la psicoterapia è essenziale; del resto nessun psicofarmaco può insegnare a far fronte a situazioni difficili, a risolvere i problemi e a coltivare relazioni sociali, né a costruire una rete di sostegno. Gli antidepressivi possono essere senz’altro preziosi alleati, ma non sono da considerarsi una forma esclusiva di intervento.

Spesso, in terapia incontro clienti che soffrono terribilmente perché non ottengono ciò che desiderano o qualsiasi elemento a loro fondamentale per vivere felicemente. Questi obiettivi possono essere raggiunti insieme e mentre lavoriamo, sfido le loro vecchie prospettive e creiamo delle opportunità nuove perché facciano degli esperimenti con le proprie percezioni e si mettano alla prova nel mettere in pratica nuove abilità acquisite, funzionali al raggiungimento dei propri scopi.

Questo sistema rovescia completamente la concezione di passività a cui spesso è assoggettato il “paziente depresso”. In psicoterapia il cliente diventa una Persona che partecipa attivamente alla psicoterapia sfidando i propri punti di vista e mettendo alla prova le proprie percezioni facendo pratica di nuove abilità per rompere la morsa della depressione.

Ognuno di noi ha la sua montagna da scalare, un passo alla volta si può imparare a percorrere tutte le curve che renderanno possibile raggiungere la cima.